Racconto di Carlo Edoardo De Santis

(Prima pubblicazione)

 

I due ragazzi erano fermi nella radura, seduti sul tronco di un albero caduto. Era stato abbattuto molti anni prima e lasciato lì. Chissà perché? Perché la fatica di abbattere un albero per poi abbandonarlo?

Dolores non pensava di certo all’albero. Era in una situazione di agitazione mordente: ogni suo muscolo era come se fosse masticato da una miriade di formiche.

Juan l’aveva portata lì. Ora fissava il bosco dal lato in cui erano arrivati, sembrava perso nella contemplazione. Non dava l’impressione di pensare a qualcosa in particolare. Non dava l’impressione di voler fare qualcosa in particolare. Non dava l’impressione.

Il fascino di Juan, c’era da dire, derivava molto dal mistero che emanava.

Dolores aveva scelto quel vestito a fiori apposta perché lui la vedesse per come lei voleva essere vista: un fiore da cogliere.

Juan sembrava aver colto? Le aveva detto: “Vieni, voglio farti vedere il mio posto segreto”. Così, dal nulla, durante il pranzo della domenica. L’intera comunità raccolta a mangiare. La chiesa era quasi finita, mancava solo il campanile. Ma la campana chissà quando sarebbe arrivata.

Si era incamminato da solo e lei lo aveva seguito poco dopo, fingendo di andare in una direzione leggermente diversa. Era entrato nel bosco e lei gli si era affiancata: non una singola parola. Quanto tempo? Venti minuti? Mezz’ora, magari. E poi la radura.

Juan si era seduto sul tronco. Dolores si era seduta accanto a lui.

Silenzio.

C’era qualcosa di elettrico nell’aria, Dolores lo sentiva. Quello che non sapeva era che l’elettricità che deriva dall’attrazione era una cosa molto diversa. Era la prima volta che s’innamorava? Forse sì. Forse era questa scossa che si prova.

Juan si girò a guardarla e le sorrise.

In una frazione di secondo fu chiaro: quell’elettricità era paura.

“È paura perché sto per baciarlo, il mio primo bacio. Sì, è naturale aver paura.”

No. No, no e poi no.

Questa era paura e basta.

I denti di Juan erano bianchissimi, quasi perfetti: solo un dente era leggermente ruotato. Chissà perché notarlo. Si stava avvicinando col viso.

Pensò Dolores: “Se ora mi ritraggo lo offendo, non posso farmi spaventare da un bacio”.

Una volta, quando aveva sei anni, durante la Guerra Civile, si era avvicinata ad un soldato a terra. Era vestito di nero, chiedeva acqua. Implorava. Non sembrava ferito: era come se la gravità gli impedisse di sollevarsi. Lei gli si era avvicinata e aveva visto che teneva una mano nella tasca. Ed era scappata.

La mano destra di Juan era in tasca. Si stava avvicinando sempre più, gli occhi socchiusi. Stava per baciarla.

Chissà cosa voleva fare quel soldato, dieci anni prima. Se l’era chiesto un miliardo di volte. Magari nulla. Magari quel poveretto era davvero morto di sete e avrebbe potuto salvarlo.

Dolores si alzò in piedi, si girò e iniziò a correre nella direzione da cui erano venuti.

Era quella? Era la direzione giusta?

Impossibile ricordare, aveva passato l’intero tragitto a pensare a cosa sarebbe successo dopo… E cosa stava succedendo, esattamente? Iniziò a controllare la respirazione: la corsa sarebbe stata lunga, non poteva perdere il fiato.

Ma perché doveva correre, poi? Cosa stava succedendo? Cosa diamine stava succedendo?

Il vestito s’impigliò in un ramo: Dolores incespicò un istante per liberarsi ma senza smettere di correre. Bastò quell’attimo per sentire Juan che la seguiva sbuffando.

Si rimise a scappare. Lui non diceva nulla. La stava inseguendo senza dirle nulla. Impossibile che si sbagliasse. La mano in tasca. Non si era sbagliata allora e non si era sbagliata questa.

Chiunque le avrebbe detto: “Cosa fai? Torna qui…”, diciamo. Qualcosa così. “Perché scappi?”

Juan non diceva nulla.

Dolores correva ma la direzione era incerta: dal lato giusto sarebbe arrivata al pranzo della domenica ma, con quello che avevano camminato, bastava una minima deviazione per finire chissà dove.

Gli uomini corrono più in fretta delle donne e Juan sembrava un tipo atletico. Aveva avuto il vantaggio della sorpresa, quando era scappata, ma il ramo aveva pareggiato il conto.

No, anche se la direzione fosse stata giusta l’avrebbe raggiunta prima.

Era il momento di vedere, il momento di sapere. Dolores provava quasi una punta di eccitazione: avrebbe saputo. Dopo dieci anni, avrebbe saputo cosa significava quella mano in tasca.

Si fermò e si girò. Juan era a una ventina di metri. Si fermò anche lui. Aveva un’aria neutra, nonostante il fiatone.

“Cosa c’è nella tasca?” disse lei.

“Dove pensi di andare?” rispose lui, arricciando solo il labbro destro in un mezzo sorriso. Iniziò ad avanzare.

Dolores gridò con tutto il fiato che aveva nei polmoni. Non ne era rimasto troppo, ma abbastanza da far volare via gli uccelli dai rami.

Juan saltò in avanti, infilando la mano destra in tasca. Con la sinistra la spinse contro un albero, chiudendole la bocca.

Lei morse con tutta la sua forza: prese l’anulare. Sapore di ferro in bocca.

Juan gridò a bocca chiusa, ritraendosi istintivamente.

Era un coltello.

Dolores lo sapeva, era ovvio. Era sempre stato quello. Aveva immaginato miliardi di cose diverse. Perché la mente fa così: non ha la risposta e deve immaginare. Non può smettere. Deve immaginare. Dieci anni a immaginare.

Semplicemente una mano ferita?

Una caramella?

Un biglietto?

Un coltello

Un fazzoletto?

Un coltello

Quel soldato aveva un coltello. Chissà, forse era braccato dai repubblicani e voleva un ostaggio?

Era un coltello.

E ora Dolores ne era certa.

Juan alzò la mano puntandolo verso di lei: era un oggetto preso dalla cucina, qualcosa per far da mangiare. Non una baionetta o qualcosa di ricurvo. Qualcosa per fare del male. No. Un semplice coltello da cucina.

“Lo vedi questo?”, disse lui con un sibilo. Gli occhi sgranati.

“Lo vedo”, rispose lei senza tradire alcuna emozione. “Dimmi perché”.

“Non c’è un perché. Voi donne volete sempre un perché. Non c’è. Perché mi piace. Mi va.”

Dolores aveva sentito il rumore, era lontano ma l’aveva sentito. Aveva preso un po’ di tempo.

“Cosa vuoi farmi?”

“Secondo te?”

“Mi fai vedere come fai?” disse lei con una risatina.

Juan rimase di stucco. Dolores si girò e iniziò a correre come se le gambe le si dovessero staccare. Corse in direzione del rumore, forse no. Non sapeva più nulla. Corse.

Le braccia l’afferrarono. Era finita.

Guardò davanti a sé e vide la barba bianca dello zio Pablo.

Lo zio Pablo.

Le aveva insegnato come raccogliere le olive, come andare in bicicletta, come cagliare il latte. Era la persona più simile a un padre che conoscesse. Le aveva sempre detto di non fidarsi degli uomini. Gli uomini uccidono, le donne no. Non era vero, Dolores lo sapeva bene. Però le guerre le fanno tutte solo gli uomini. Non devi fidarti.

Lo zio la sollevò senza dire nulla. Dolores si girò verso il suo inseguitore. Era di nuovo fermo.

Juan, il misterioso Juan, era bloccato. Il coltello tenuto verso il terreno. Lo puntò nuovamente in avanti.

Pablo spinse Dolores dietro di sé e lo fissò negli occhi senza dire nulla. Juan lasciò cadere il coltello e iniziò a correre nella direzione opposta.

Si sentivano le voci della comunità, si stavano avvicinando decine di persone.

“Avevi ragione, zio”

“Non serve a nulla aver ragione”, disse lui, sollevandola da terra.

Dolores sorrise.

Lo zio la squadrò severamente per pochi secondi.

Poi sorrise anche lui.