Racconto di Renzo Remotti

(Prima pubblicazione)

 

Il sig. V. scrutava dalla finestra, con trepidazione quasi fosse il primo giorno. Sospirò deluso. La via che gli avevano assegnato era del tutto secondaria, dedicata a un oscuro benefattore polacco dal nome impronunciabile. Pochi in città la conoscevano. Quasi centomila ore trascorse a tenere sotto controllo quella viuzza.

Dopo la laurea, conquistata, diceva con orgoglio, perché il sig. V. non proveniva da una famiglia influente, aveva tentato decine di concorsi, inviato il curriculum vitae ad aziende, studi professionali, centri commerciali. Trascorsi tre anni era ancora un disoccupato e l’idea di passare, ancora, sulle spalle dei genitori altro tempo lo gettava nello sconforto. Eppure, era uscito con il massimo dei voti e tutti i suoi professori avevano previsto per lui una carriera brillante. Il tempo pareva avesse deciso di correre più velocemente, quasi per fargli un dispetto: nessuna offerta di lavoro, ma nemmeno diniego.

Una mattina di un tardo autunno, mentre la città sembrava galleggiare dentro un’impenetrabile nebbia, il sig. V. sentì suonare il campanello della porta. Non se lo sarebbe dimenticato mai più! Erano le undici esatte e un ragazzo, ormai uomo, spettinato, con addosso un pigiama spiegazzato, aprì la porta, salutando il postino con uno sbadiglio annoiato.

– Vi è un telegramma per il sig. V. È lei? Deve mettere una firma qui.

  1. strabuzzò gli occhi, firmò meccanicamente e richiuse la porta senza salutare. Posò il telegramma sul comodino e andò a rivestirsi.

– Ancora un’altra multa, questa volta mio padre mi caccerà da casa! – pensò.

Quel giorno decise di non uscire, si mise ad aiutare la madre a preparare il pranzo e appena il padre tornò lo accolse con un sorriso mai donato, nemmeno alla sua fidanzata. I genitori sospettarono subito che era accaduto qualcosa, ma non dissero nulla. Era parecchio tempo che non lo vedevano tanto premuroso e volevano godersi un momento d’inattesa serenità.

Verso sera, poco prima di andare a letto, l’occhio cadde su quella busta verde dal formato grigio burocratico abbandonato in un angolo del comodino. Sospirò profondamente, prese un taglierino ed estrasse l’esile fogliettino contenuto. Lesse il messaggio. Rimase incredulo per qualche minuto. Proprio non riusciva a comprendere. Gli veniva annunciato che a un concorso tenutosi qualche anno prima, era risultato primo. Entro tre giorni avrebbe dovuto presentarsi a un indirizzo che mai aveva sentito, ma che gli inondò il cuore di speranza. Durante tutta la notte cercò di ricordare il concorso. Inutile. Eppure, l’organizzazione che lo aveva convocato era molto nota e per di più di grande prestigio. Come aveva potuto scordare?

Di mattino balzò in piedi senza attendere la sveglia, si gettò sotto una doccia ghiacciata e indossò il suo abito migliore. Non voleva ancora dirlo ai genitori, perché troppe volte li aveva illusi. Aprì la porta e s’immerse tra le vie della città ancora addormenta. Giunto all’indirizzo indicatogli esitò un attimo. Gli sembrò strano che non vedesse nessuno. Suonò il campanello. Si aprì un portone automatico. V. si trovò davanti a uno scalone.

Gli uffici erano al piano superiore, ma non si sentiva alcun rumore. V. salì le scale lentamente. Imboccò un po’ intimorito un lungo corridoio, al termine del quale vi era una stanza illuminata.

– C’è qualcuno? – chiese. Nessuna risposta.

In breve giunse alla soglia della stanza illuminata, l’unica in tutto il piano. Prese coraggio ed entrò. Al centro del locale vi era una bella scrivania e poco più avanti una poltrona a fianco della finestra. Una lettera sulla scrivania recava in bella vista la scritta istruzioni per il sig. V. In quel modo venne a conoscere le sue mansioni, gli orari e i suoi doveri, pochi per la verità. V. doveva controllare la via di fronte alla finestra e, al termine del turno, lasciare una relazione scritta su quanto aveva visto. Da quel giorno per quarantadue anni eseguì fedelmente le sue mansioni, salvo trenta giorni di ferie e festività varie. Arrivava al mattino, si accomodava sulla poltrona, poi dieci minuti prima della fine della giornata, scriveva la relazione, breve, perché non accadeva proprio nulla. Tuttavia, lo stipendio puntualmente era versato sul suo conto bancario. Non incontrò mai nessun collega, nemmeno gli addetti della pulizia, che lavoravano, perché la stanza era sempre pulita.

A essere sinceri, qualcosa accadde qualche anno prima. Una mattina all’inizio della strada apparve una ragazza. V. ne rimase affascinato, pensando alla sua fidanzata che nel frattempo era sparita. La ragazza della via era bellissima, con lunghi capelli turchesi al vento. Era spaventata e spesso interrompeva la camminata veloce per guardare dietro di sé. Improvvisamente, vide un uomo che la raggiunse e la afferrò per i capelli. Si misero a discutere, finché l’uomo diede uno schiaffo alla ragazza. V. non ce la fece più e si precipitò dalle scale per andarla ad aiutare. La porta d’ingresso era sbarrata e non c’era alcun modo di uscire. Tentò di forzarla, ma ogni tentativo fu inutile.  Tornato al suo ufficio, notò che la ragazza e l’uomo non vi erano più. Solo al termine del turno si accorse che vi era una lettera sulla scrivania. Aveva violato un dovere fondamentale del suo contratto di lavoro e gli veniva comunicata con un gelido stile burocratico la decurtazione di due mensilità. Da allora non violò più i suoi doveri.

  1. controllò l’ora, si alzò, redasse la solita relazione e lasciò infine l’ufficio. Mentre si allontanava, non si voltò nemmeno per un ultimo saluto. Viveva da solo, perché i genitori volarono in cielo orgogliosi di avere un figlio tanto importante. Il suo piccolo appartamento appariva senza lussi, ma molto ordinato. Pranzò come tutti i giorni, poi attese qualche minuto. Improvvisamente si accorse che nessuno gli avrebbe più chiesto conto. Dopo anni era del tutto libero. Prese una sedia e si mise a guardare la via davanti al suo appartamento. S’incuriosì della vita che la popolava.

Appena incassata la buona uscita, pensò che avrebbe comprato una poltrona uguale a quella del suo ufficio. Era molto più comoda e adatta per guardare fuori dalla finestra.