Racconto di Manuela Fucci
(Terza pubblicazione)
Negli anni in cui ero una figlia molle e indecisa, mio padre era solito battezzarmi con i suoi discorsi sulle futilità, sia si trattasse di hobby, sia si trattasse dei ragazzi che mi ronzavano attorno; ragazzi che, fortuna mia, erano assolutamente belli e maledetti.
Mi consigliava di concentrarmi sullo studio e sul lavoro: “Un lavoro come si deve”. Faccende, insomma, che mi avrebbero elevata e allenata al futuro esordio di figlia modello. Matrimonio? Meglio evitare. I miei genitori, invece, lo avevano fatto per mettere al mondo me, e senza dover rinunciare alle magnifiche carriere: architetto l’uno e arredatrice d’interni l’altra; due strisce di uno stesso campo coltivato, e io il trattore, che passa e smuove.
In una di quelle volte, appunto, ero appena rientrata a casa. Un appartamento con arredo barocco e mobili affollati da polvere e suppellettili; statuine di Capodimonte, fotografie degli antenati, libri di architettura e ninnoli comprati a prezzi stracciati nei mercatini di tutto il mondo; un corridoio tappezzato con un soffocante parato verde damascato. In fondo a questo tunnel, c’erano i miei genitori.
Eccoli, se ne stanno seduti su due poltrone broccate, frontali, in silenzio. Fuori, l’aria è umida, è il passaggio dall’inverno alla primavera di una Domenica delle Palme. Molto tempo è passato, che la data è sepolta.
Mia madre ricuce il buco di un calzino di filo di Scozia, mio padre legge un libro rilegato con la copertina rigida. Entro.
«Mamma, papà, vorrei parlarvi.»
Mia madre abbassa il calzino e scambia un sorriso compiaciuto con mio padre.
«Ti ascoltiamo tesoro.»
«Vorrei parlarvi dell’università.»
«Tesoro noi appoggiamo le tue decisioni perché sei una ragazza assennata e saggia». Mi sorride orgogliosa.
«Siamo tutto orecchi.» Mio padre chiude il libro e lo appoggia sul tavolino vicino alla poltrona.
Incoraggiata, mi avvicino ma resto in piedi, a un’equa distanza da entrambi. Adesso i miei genitori sembrano due creature monoculari.
«Vorrei fare qualcosa che abbracci le mie passioni».
«Medicina è la scelta migliore, figlia mia, hai sempre portato a casa gli animali feriti che trovavi per strada» mia madre e il suo sogno inconfessato che qualcuno inventi l’elisir per l’immortalità, «e come ti donerebbe il camice bianco!»
«Ha ragione tua madre. Lo desideravano anche i tuoi nonni paterni.» Il sospiro di mio padre. «E pensare che sono morti dicendo: “Ah, se avessimo avuto un medico in famiglia, adesso staremmo meglio!”».
«I nonni sono morti di vecchiaia, papà.»
«Non ci fare stare sulle spine tesoro» dice mia madre.
«Vorrei studiare i libri e scrivere.»
«Tua madre ed io ci pensavamo esattamente giorni fa». Quando credo di aver fatto breccia nella testa di mio padre, ecco che mi dice: «Già ti vedo che entri spavalda e fiera in un’aula di tribunale.»
«I capelli sistemati, truccata quel tanto, forse anche un po’ di scollatura: vedo, non vedo!» Mia madre è partita sul treno dei sogni.
«Non pensavo a quello.»
«E sicuramente faresti felice i tuoi nonni materni, lo sai che hanno sempre voluto un avvocato in famiglia. I tuoi cugini, quei due indolenti, non hanno mai voluto sgobbare sui libri, e adesso, a sessant’anni, ancora dipendono dal portafoglio del padre» … Mio padre incrocia le mani sulla pancia. «Non siamo mica una famiglia che pettina le bambole!»
«Veramente pensavo a qualcosa di più creativo». Sento il suono della mia voce, sottile, come se avessi respirato elio.
«Cosa c’è di più creativo di un avvocato che deve discutere in un’aula davanti a una platea!»
«C’è altro, mamma.»
«Mica vuoi fare quello a cui sto pensando?»
«Quale delle mille cose, mamma?»
«Vuoi fare l’avvocato penalista per difendere i ladri, i delinquenti, gli assassini! Oddio, solo a pensarci mi sento male». Mia madre si mette una mano sul petto.
«Ti porto i sali, mamma?»
Guardo i miei genitori. Loro mi restituiscono occhiate apprensive.
«Che cosa vuoi fare, allora, la giornalista?»
«Nemmeno quello, mamma.»
«Se è ciò che desideri, noi ti appoggiamo; sei d’accordo con me, caro?».
«Pienamente.»
Raccolgo tutto il coraggio che mi è rimasto dentro e lo concentro nella voce, mentre la pancia va in fiamme: «Voglio fare la scrittrice.»
«La che?»
«La scrittrice».
«Mi sbaglio, caro o ha detto che vuole fare la scrittrice?».
«È sembrato anche a me, cara.»
«Allora non stavo sognando.» Mia madre afferra il calzino e inizia a tormentarlo con le mani.
«Mamma, papà, lasciate che vi spieghi.»
Il calzino ormai è morto nelle mani di mia madre. «Chi ti ha messo questa idea in testa?»
«Chi ti ha messo queste idee in testa?» Mio padre si agita nella poltrona. «Il tuo ragazzo, forse?»
«Non mi vedo con nessuno, da due anni.»
«Ti senti la febbre, tesoro?»
«Sto bene, mamma.»
«Allora sei arrabbiata per qualcosa?»
«No, ma tra poco potrei crollare.»
«Dobbiamo averti fatto arrabbiare per dirci una cosa del genere, altrimenti non si spiega». Mio padre prende il libro e apre una pagina a caso. Poi lo richiude. «Quando la gente ci chiederà: “Che cosa fa vostra figlia?”».
«Pensa al nostro imbarazzo.»
«Non vi sembra di esagerare?»
«Ti abbiamo cresciuta con dei sani principi».
«Infatti, vi ringrazio mamma.»
Inizio a tormentarmi il polsino della felpa. Mia madre scuote la testa e allunga il calzino. «E che cosa fa: la scrittrice?»
«Scrive romanzi, mamma.»
«Puoi sempre farlo tra un’udienza e un’altra, oppure tra un intervento chirurgico e un altro». Abbandona il calzino e si mette a cercare qualcosa sulle gambe.
«A che serve scrivere un romanzo?»
«Sono storie, mamma, inventate o no.»
«Vuoi scrivere i fatti nostri?» Mio padre fa la voce severa.
«Di materiale ne avrei.» Lo dico con una punta di sarcasmo.
«Vuole mettere i fatti nostri in piazza, caro».
«Mai lo farei, e vi assicuro che nel frattempo mi cercherei un lavoro. Poi, se a un editore dovesse interessare il romanzo, verrà pubblicato.»
Mia madre si tasta le gambe. «Quindi c’è un guadagno?»
«Diciamo di sì.»
«Vuoi spiegarci meglio tesoro?» La voce di mio padre è rauca.
«Bisogna vendere i libri. E su quello si guadagna».
Entrambi si girano a guardarmi, sono così trasparenti che sembrano di vetro e io riesco a leggere loro la mente.
«In pratica la fame!»
«Non proprio, papà.»
Mia madre si alza dalla poltrona e si mette a frugare ai lati del cuscino.
«Cara, lo hai trovato?»
«L’ho perso! Adesso mi toccherà mettermi in ginocchio ore e ore». Vedo entrambi inginocchiarsi e cercare a tentoni. Capisco che l’ago si è sciolto dal filo.
«E se si fosse infilzato nella poltrona?»
«Cerco io, mamma.»
Potrebbero volerci anni per ritrovarlo. Accarezzo il cuscino, lo sollevo, lo ribalto. Lo vedo. L’ago è lì, in un angolino, sottile e lucido. Se fosse animato, sembrerebbe impaurito.
Lo passo a mia madre, che si solleva da terra appoggiandosi al braccio di mio padre.
«Possiamo riparlarne, tesoro? Sono sconvolta al pensiero che avrei potuto pungermi.»
La guardo e mi scappa un sorriso; vorrei dirle: “Sarebbe stato l’incipit perfetto per un racconto”.
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https://www.libraccio.it/autore/fucci-manuela/libri.html
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