Racconto di Rita Pinna

(Prima pubblicazione)

 

Il fuoco crepitava nel camino, lanciando piccole stelle incandescenti tutt’intorno al ceppo ormai consunto. Era l’ultimo della catasta. Il legno si stava arrendendo lentamente alle fiamme, consumandosi in un bagliore rossastro che sembrava il respiro affannoso di un vecchio morente. L’oscurità, densa e pesante, aveva ormai avvolto tutto da ore. La luce tremolante delle braci si rifletteva in un bicchiere rovesciato sul pavimento, tracciando una scia rossa e fioca, come sangue dimenticato.

Jaco era sprofondato nella poltrona. Il corpo molle, abbandonato, come una marionetta con i fili tagliati. Le spalle curve, la testa reclinata di lato, gli occhi vuoti fissi sul fuoco. Non c’era emozione sul suo volto. Né dolore, né rabbia, né rimpianto. Solo il vuoto.

Quella mattina era iniziata come tutte le altre, senza alcun motivo per alzarsi, ma anche senza la forza per restare a letto. Una routine che ormai si trascinava da mesi. Si era versato da bere appena sveglio. La bottiglia era già a metà prima ancora che il sole si alzasse sopra le montagne. I movimenti, sempre gli stessi, lenti e automatici. Riempire il bicchiere, berlo in silenzio, fissare il vuoto, aspettare che qualcosa cambiasse, pur sapendo che niente sarebbe cambiato.

Ogni tanto la lucidità faceva capolino, come una lama sottile che gli scavava dentro. Lo riportava a galla solo per ferirlo. In quei momenti si guardava allo specchio o, meglio, dentro sé stesso, e si chiedeva come fosse possibile essere arrivato a quel punto. Sessantacinque anni e nulla da raccontare, se non una lunga scia di giorni uguali, bevute solitarie e passi sempre più lenti verso un’apatia totale. Quei rari momenti di coscienza erano i peggiori. Tornavano sempre all’improvviso, come a punirlo, e sparivano appena il vino ricominciava a scorrere nelle vene.

C’erano stati giorni diversi, però. Non così lontani nel tempo. Giorni in cui si alzava presto, indossava gli scarponi, caricava la carabina e usciva con Argo. Il meticcio lo seguiva ovunque, scodinzolando instancabile, annusando ogni cespuglio lungo i sentieri nei boschi della Linea Cadorna. In quei momenti Jaco riusciva a dimenticare. Non pensava alla solitudine, né al tempo che passava. Camminava per ore, ascoltando solo il rumore delle sue scarpe sulle foglie e il respiro del cane. Cacciava per procurarsi il cibo. Una lepre, qualche piccione selvatico. E quando la fortuna gli sorrideva, condivideva la carne con il bovaro dell’alpeggio in cambio di formaggio fresco.

Quelli erano gli unici momenti in cui si sentiva ancora utile. Ancora vivo.

Ma Argo era morto. Era invecchiato in fretta, come se si fosse portato addosso anche gli anni del padrone. Una mattina non si era alzato. Jaco lo aveva seppellito con le sue mani, sotto un larice, nel punto dove il cane amava fermarsi ad annusare l’aria. Il giorno dopo era salito sul tetto a sistemare alcune tegole, una delle poche cose che ancora riusciva a fare da solo. Ma la testa gli girava, il vino ancora in circolo e aveva messo un piede in fallo. Era caduto male. Il piede si era gonfiato subito, poi annerito. Ora puzzava. Cancrena, probabilmente. Ma non aveva la forza – né la voglia – di cercare aiuto.

Avrebbe potuto chiedere qualcosa al paese. C’era gente che lo conosceva ancora, anche se lo vedevano sempre meno. Ma lui non voleva. Si era tagliato fuori da tutto e da tutti già da tempo. E in fondo lo sapeva, lo aveva sempre saputo: sarebbe morto da solo.

Il vino era diventato l’unico compagno. L’unica cosa che lo scaldava, che lo faceva dormire, che gli faceva dimenticare la fame. Non mangiava da giorni. Le braccia gli tremavano per la debolezza. Portare dentro i ceppi del camino era diventata un’impresa titanica e quelli erano gli ultimi rimasti. Li aveva messi a bruciare quel pomeriggio, sapendo che non ce ne sarebbero stati altri. E adesso anche la fiamma si stava spegnendo.

Tossì. Una tosse secca, profonda, che lo scosse tutto. Si piegò in avanti e cercò la bottiglia, tastando il pavimento con la mano tremante. Ma era vuota.

Un pensiero, amaro e beffardo, lo attraversò come una fitta: Morire sobrio. Che ingiustizia.
Sorrise, storto, ironico. La lingua secca, le labbra spaccate. Lentamente sollevò lo sguardo verso il tavolo. C’era un’altra bottiglia lì sopra, intatta. Troppo lontana.

Fece per alzarsi, ma il corpo non rispose. Gli occhi si posarono di nuovo sulle braci che ormai erano solo carboni spenti. Un ultimo respiro, un rantolo.

E se ne andò. Solo. E cosciente.

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