Racconto di Imma Carannante

(Quarta pubblicazione)

 

“Ma dove scappi così di corsa, Giorgio? Aspettami, vengo con te”. Tante volte avevo ripetuto quella frase nella mia testa, sognando di averla realmente pronunciata, ma non e’ così che erano andate le cose. La realtà era ben diversa ed avevo lasciato andare via l’unica persona che mi avesse fatto sentire viva e amata.

Quando due persone smettono di amarsi, non succede all’improvviso, c’è qualcosa di piccolo ed insignificante che avviene quasi ogni giorno, come una goccia d’acqua che scava la roccia, lentamente, ma che, in modo continuo, fa ìi che quella fessura diventi sempre più profonda.

Era una crepa, all’inizio piccola, che si è trasformata in una voragine. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Ci eravamo conosciuti al liceo, la nostra non era stata una relazione adolescenziale, eravamo amici e la vita ci ha portati a fare diverse esperienze, prima di capire che eravamo la metà perfetta, l’uno dell’altra.

Negli anni dell’università, avevamo continuato a vederci, ci siamo fatti forza nei momenti difficili e abbiamo gioito in quelli felici, una sana e profonda amicizia.

Ci eravamo rincontrati, soli, nello stesso momento, lasciati per motivi diversi dai rispettivi partners, abbiamo imparato a leccarci le ferite, insieme.

L’amore la prima volta, l’avevamo fatto, dopo che io avevo pianto disperatamente per quello lì che mi aveva lasciata per una collega di lavoro più giovane e più bella di me, anche più stupida ma che aveva  sempre qualcosa in più della sottoscritta.

Da lì ne erano seguite scuse, rimpianti, giustificazioni, ma dopo una settimana, ci eravamo ritrovati nello stesso letto, in una casa diversa.

Avevamo così capito di essere fatti l’uno per l’altra e che era giunto il momento di provarci, di provare a far andare meglio,  qualcosa che, da sempre, andava bene.

Non siamo passati dal via ed in fretta e furia, senza pensarci, ci siamo buttati dentro a quella relazione, che avrebbe dovuto riempire tutti i vuoti che avevamo accumulato negli anni. Convivenza, senza primi appuntamenti, rapporto maturo, senza figli, mentre i nostri amici imparavano a montare l’ultimo passeggino, per il terzo figlio in arrivo. Per un po’ è stato meraviglioso, stessi interessi, stessi amici, abitudini simili, il conoscerci così a fondo, ci dava la sensazione che vivessimo nel modo più naturale possibile la nostra intimità ed anche tutto il resto, ma ad un tratto è arrivata la noia, la routine, il dare e darsi per scontati.

La certezza di sapere, sempre, quello che l’altro pensava, non ci ha più permesso di chiederlo, vivendo di convinzioni, spesso errate e distruttive e aumentando i silenzi, i non detto, le elucubrazioni mentali, le paranoie e le fissazioni.

Da conviventi ci siamo trasformati in coinquilini, fino a diventare estranei, ad evitare tutto ciò che prima, amavamo.

Gli amici sono cambiati, gli orari stravolti, passavamo intere settimane ad incontrarci sulla soglia di casa, uno usciva per far entrare l’altro.

Semplicemente ci siamo evitati, per lunghi mesi, abbiamo rimandato il momento del confronto, per la paura di dirci che era finita.

Nessuno dei due voleva rinunciare all’unica cosa che aveva funzionato negli ultimi anni, nessuno dei due voleva rinunciare all’amico che era stato sostegno e punto fermo, àncora e porto, nido e casa.

Ed una sera, dopo aver cenato insieme, senza averlo deciso; Giorgio si era alzato, senza neanche aver finito di mangiare, senza una parola, un grido, un lamento, si era alzato, di scatto ed era andato in camera nostra, aveva tirato giù dall’armadio il borsone, quello vecchio, quello dei nostri viaggi, quello che, tante volte, aveva riempito di corsa, buttando dentro cose a caso, tutte le volte che  aveva voglia di partire ed io lo seguivo; l’avrei seguito ovunque, l’avrei seguito se mi avesse voluto con sé; ma quella sera, no, lui voleva andarsene, voleva andare via, via da me.

 

E di corsa se ne era andato, non voleva essere fermato; correva per non darsi il tempo di pensare, correva perché non voleva che io lo fermassi, voleva solo scappare. Le scale, di corsa ed io ero rimasta lì, seduta al tavolo, immobile, paralizzata, incapace di muovermi e di parlare, incapace anche di pensare.

Non gliel’avevo detto, non avevo detto: “Ma dove scappi così di corsa, Giorgio? Aspettami, vengo con te”. Le parole erano rimaste in gola, nessun suono, solo un nodo, che mi stringeva sempre più forte.