Racconto di LiberaRedazioneInLiberoTempo

 

L’ultima settimana del 2225 era fredda e silenziosa al Polo Sud, dove si trovava la Stazione di Ricerca Terrestre “Kepler-42”. Non c’era neve, solo il deserto di ghiaccio eterno che rifletteva la luce fioca dei proiettori. La base, attiva per trent’anni, era ormai vuota. Tutti gli scienziati erano stati trasferiti sui nuovi avamposti orbitali, rendendo l’intera struttura obsoleta.

Anya si strinse nella sua tuta termica, il cui rivestimento in fibra di carbonio scricchiolava leggermente. Trentacinque anni, era il capo-ingegnere e ora l’ultima custode. Il suo compito era disattivare il nucleo energetico e sigillare l’enorme portello blindato. Camminava per i corridoi in penombra, accarezzando le pareti di metallo come se si stesse congedando da un vecchio amico.

“Kepler-42, hai fatto il tuo dovere,” mormorò al vuoto.

Il 31 dicembre, poche ore prima del cambio di anno, arrivò l’elicottero autonomo. Ne scese un solo uomo, Titus, un giovane tecnico di manutenzione, energico e ottimista, con una scatola di strumenti in mano.

“Anya! Scusa il ritardo, la tempesta geomagnetica ha ritardato il mio lancio da Pechino. Tutto pronto per la messa in sonno?” chiese Titus, la sua voce fin troppo allegra in quel luogo di congedo.

Anya annuì. “Ho estratto i dati di emergenza. La capsula di memoria è nel mio zaino. Resta solo l’hard-shutdown e la sigillatura esterna.”

Titus si guardò intorno. “È strano. Sembra quasi che lo abbiano lasciato in fretta. Era un posto così importante.”

“Lo era,” replicò Anya, spegnendo l’ultimo display di controllo centrale. L’unica luce rimasta era quella dei loro caschi e una singola luce di emergenza rossa che pulsava, come un cuore morente. “Ma il futuro non è più qui. È lassù,” e indicò il soffitto. “Le risorse sono state spostate per completare i nuovi Habitat Lunari. Kepler-42 è un ricordo del passato, utile solo per l’archivio storico.”

Si diressero verso il portello di uscita. Anya posizionò la capsula di memoria nella mano di Titus. “Questo è il tuo compito. Consegnare i trent’anni di lavoro di Kepler-42 ai progetti del 2226.”

Proprio in quel momento, il timer sul polso di Anya emise un breve segnale acustico, interrotto. Le luci di emergenza si spensero. Era mezzanotte.

“Buon Anno, Titus,” disse Anya.

“Buon Anno, Anya. Benvenuto, 2226,” rispose Titus, guardando il portello massiccio. Per lui, il rumore metallico del meccanismo di sigillatura che si attivava non era un addio, ma un inizio. Era il suono di una porta che si chiudeva sul passato per liberare le energie per il futuro.

Anya si voltò verso l’elicottero. Prima di uscire, raccolse da una mensola un piccolo cristallo di ghiaccio artigianale che gli scienziati avevano lasciato come decorazione natalizia. Era inutile, fragile, ma reale.

“Il cambiamento è l’unica costante,” mormorò, citando un antico saggio che Karl avrebbe potuto apprezzare. “Ora, andiamo a vedere cosa ci riserva il 2226.”

Titus rimase indietro per completare il sigillo elettronico, sorridendo. Il futuro non era lassù, nello spazio, né qui, nel ghiaccio. Era in quella capsula dati, pronto a essere sbloccato.