Racconto di Agostino Terranova
(Seconda pubblicazione)
Alcune persone si scelgono, altre ci scelgono a nostra insaputa. Il cuore non tiene botta all’emozione e niente impedisce al bacio di stamparsi sulle labbra. Andrà molto a fondo quel bacio, non resterà lì, umido, su quelle morbide labbra… non si consumerà nell’attesa. Alcuni momenti, come questo, si scelgono. Altri ti piombano addosso senza possibilità di arresa o difesa come quando te ne sei andata.
È un bel salto non c’è che dire.
Come sono piccole le persone viste da quassù. Come sono piccolo io. Com’è silenzioso, ascoltato da quassù, questo rumoroso mondo. Lui continua a girare su stesso nel suo regolare senso orizzontale e io, invece, cerco la mia verticalità dove affogare questa solitudine non richiesta. Costretto d’improvviso… meritavo un preavviso. Tra un prima e un dopo, tu non ci sei più e a me sembra troppo anche solo pensarlo. Vivere così, solo, senza di te, non è cosa da potersi affrontare. Continua pure a girare mondo, mi chiedo: chi te lo fa fare? Se avessi vissuto la mia vita ti fermeresti all’istante, non avresti nessun dubbio nel farlo.
Perché dovrei averne io? Infatti, non ne ho. Non sono salito quassù per prendere una boccata d’aria fresca o guardare la città dall’alto… Alcune persone arrivano e basta. Ricordo bene il giorno in cui sei arrivata e sei entrata nella mia vita senza bussare. Senza chiedere nulla hai permesso a quel giovane ragazzo di farsi uomo adulto. Ero così sottile e lieve in quel tempo di crescita selvaggia, il tempo in cui nasceva quel legame che ci ha tenuti legati stretti come lacci. Due scarpe da consumare insieme e oggi sono solo, una sinistra senza la sua destra o viceversa, non saprei dire chi fosse l’una e chi l’altra. Eravamo speculari come due parentesi tonde. Una scarpa non dovrebbe invecchiare da sola. Una parentesi aperta va sempre chiusa altrimenti il senso sfugge. Sole, certe persone, muoiono. Solo, muoio… È un bel volo non c’è che dire. I presupposti per saltare ci sono tutti. Perché continuare? A chi lo devo il restare qui? Non certo a te roteante, rumoreggiante e inutilmente chiassoso mondo… Se mi hai ospitato solo per questo, potevi farne a meno. Non ti ho chiesto niente ma mi hai tolto tutto. Ti sei portato via la mia Ulla, gioiello di mare celtico. Ulla, ricordo la tua curiosità verso tutto quello che ti circondava. Ricordo ogni lieve curva del tuo viso, come inclinavi il capo mentre con la pennellessa ridavi vita ad una vecchia cornice.
Eri unica, lo sapevo e il sorriso era il solo strumento che possedevo per ammetterlo, per nascondere l’imbarazzo della mia inadeguatezza di fronte alla luce cristallina dei tuoi pensieri. Alla purezza della tua anima. Di fronte al tuo incondizionato amore così maturo contrapposto al mio, arido d’espressioni significative, fatto di sentimenti acerbi, mi sentivo in colpa e mi rifugiavo dentro le parole dei miei quaderni. Volevi leggere tutto quello che scrivevo… Ed io scrivevo perché sapevo avresti letto. Non scrivevo per te ma grazie a te. Il tuo essere gigante ingigantiva me. A cosa serve dunque stare qui a girare in senso orario se tu non ci sei? A cosa serve il mondo se non può servirti? Non servire me, servire te. Perché tu? Perché non io? Chi l’ha deciso? Non certo io… In base a cosa? Il sesso, l’età, le convinzioni, i ripensamenti, le circostanze, le attenuanti? Cosa ha fatto la differenza tra noi due? Sono stanco di chiedermelo. Restano la sofferenza e la solitudine a rendere misero questo me rimasto. Neanche la consolazione di aspettare, cosa resta allora? Siamo cresciuti, sono cresciuto con te Ulla. Non così per dire, no, noi siamo cresciuti insieme davvero. Abbiamo affrontato la paura delle scale buie, di notte, in rifugi sotterranei. Abbiamo attraversato strade deserte di quartieri abbandonati. Siamo saliti su un treno che aveva l’odore della disperazione, partiti per un dove senza nome. Abbiamo sussultato ad ogni rumore che generava il terrore dello sterminio, fin dentro le scarpe, fin dentro quei vestiti abbandonati e rimasti vuoti, poi bruciati e saliti al cielo, in una colonna di fumo nero, ad ingrossare il nero della notte. Quei vestiti rimasti senza corpo ma con brutte storie da consegnare a chi, più fortunato come noi, è rimasto. Quelle storie sono finite nei libri, nei romanzi di chi ha avuto la forza e la capacità di raccontarle. Non io che mi sono aggrappato a te per sopravvivere. In modo così codardo, ho usato il tuo carattere per confezionare il mio miglior vestito. E non sono allora un misero me, ora? A cosa sono serviti il dolore, la sofferenza, la speranza se poi resto solo. Non è giustizia questa. Il conto deve essere pareggiato con un salto. Questo misero me non lascerà traccia di sé. La solitudine non lascia il segno su chi abbandona, quando se ne va. La solitudine, quando saluta, lo fa in silenzio. Come ora. Resta una scia nell’aria, una caduta nel vuoto, un attraversare per finire. Una bruciatura come questa non conosce medicamento. Senza nulla da costruire o distruggere resta un vago galleggiare, resta il perdersi nella disperazione. Non ho vissuto per morire disperato. Non l’ho meritato ma ho meritato questa miseria. La miseria di chi muore solo non per scelta ma per codardia. Ho creduto che tutto potesse rimanere lì, dentro di noi, per sempre. Ho creduto che tutto potesse essere trattenuto in queste nostre vite. Una credenza indigena, fatta solo di ingenua speranza. “Credulanza” la chiamavi tu prendendomi in giro. Quante parole ho scritto. Quanti inutili segni, simboli senza valore. Tutto quel voler raccontare per rendere merito, per riconoscenza. Non ho saputo inventare niente per farti restare, per impedirti di lasciarmi solo a commentare la tua assenza. Ho cercato invano d’ inventare parole nuove a sostituire l’inflazionata “amare” per poterti dedicare qualcosa di unico, che appartenesse solo a te. Ma non tutto può essere raccontato, non tutto può essere vissuto.
Poche le certezze. Una solitudine come questa non è da vivere. Questa è una certezza. Da qui a lì, in fin dei conti, non è poi così lontano. È un bel salto. Merito un bel salto. La distanza si annulla sotto il peso gravitazionale del sentimento. Altro che fisica quantistica con cui tanto mi sono divertito in vita. Basta un salto, un gesto semplice e questa distanza, questa solitudine, si annullano. Mi piace pensare tu sia qui al mio fianco. Mi piace pensare che questo salto lo faremo insieme come le tante altre cose fatte… Per poter fare quelle lasciate in sospeso… Da fare ne abbiamo ancora tanto… Non posso farlo da solo… Basta con le chiacchiere adesso. Dammi la mano. Stringila forte, fammi male e non ti preoccupare. Non è detto che un male non possa far bene. Sarà un bel salto, vedrai.
-°-
https://www.booksprintedizioni.it/autore/agostino-terranova
https://bookabook.it/libri/peggior-libro-scritto-partire-dal-novecento/
https://www.portoseguroeditore.com/prodotto/minoranzze/
Scrivi un commento