Racconto di Carlo Edoardo De Santis
(Seconda pubblicazione)
Quello di una roccia che rotola. Qualcosa che rotola, comunque. Qualcosa di vicino.
Fino a quel momento lo stato di John era una tensione controllata, come la corda di un arco: del resto che altro era se non questo, John. Una corda con una freccia incoccata.
Il rumore era stato un pizzico sulla sua corda di tensione e aveva emesso un suono, una nota. E quella nota era ansia. Non c’era tempo per riflettere.
“Questo è il colpo sicuro” aveva pensato pochi secondi prima con un sorriso sotto i baffi neri sporchi di polvere da sparo.
Era finita la tensione. La tensione è buona, la tensione fa scattare. Ma ora c’era l’ansia e l’ansia fa sbagliare. Ora poteva esserci una minaccia. Qualcosa c’era, lì dietro. Erano passati due secondi al massimo da quando il rumore aveva deciso di farsi vivo. John combatté con sé stesso ancora mezzo secondo, poi disarmò rapidamente il cane con un sospiro. Non poteva girarsi con l’intero fucile e affrontare una minaccia vicina con quella canna lunga. Mise mano alla Colt Walker che teneva appoggiata davanti a sé e si girò di scatto armandola contemporaneamente.
Nulla.
Studiò quel nulla: un cactus, rocce. Il cielo color acciaio. Quattro, cinque, sei secondi. I capelli gli si rizzavano sulla nuca. I capelli gli dicevano che l’obiettivo stava uscendo dalla linea di tiro: quanto ci sarebbe voluto? Quello cos’era? Una roccia. Sì, una roccia più scura.
Basta.
Disarmò il revolver e si sdraiò rapidamente impugnando di nuovo il lungo fucile ad avancarica.
Norris era ancora a tiro, solo una questione di riprendere la mira. Non tirava una bava di vento. Il cavallo di Norris camminava quasi verso di lui. Linea di tiro pulita. Il colpo sicuro.
Il bersaglio grosso: così gli aveva insegnato il suo maestro. Quel vecchio ubriacone aveva centrato decine di persone con vecchi fucili arrugginiti. C’era chi aveva la sua arma, la sua firma, la sua sicurezza. Al vecchio Randall non importava. Bastava la linea di tiro e mirare al bersaglio grosso. Niente testa, niente petto, niente cazzate. Il mirino in mezzo a dove c’è il tizio.
John armò il cane e aggiustò il tiro. Norris era un bersaglio decisamente grosso.
Il rumore, stavolta più vicino.
John trattenne il fiato. Norris stava per finire. Stava per finire tutto. Non ci sarebbe stato più alcun problema in città perché senza i soldi di quel maledetto irlandese, tutta la sua corte dei miracoli si sarebbe dileguata. Certo qualcuno si sarebbe preso una pallottola sul viale del ritorno, ma questa era un’altra storia.
Pensò velocemente. Se fossero stati più d’uno si sarebbero già fatti scoprire. No, era uno solo.
E se era solo uno, perché non gli aveva semplicemente sparato? Una scommessa. Sì, perché no: in fin dei conti era veloce a pensare più che a sparare.
Solo uno dei sicari di Norris avrebbe avuto il fegato e l’idiozia di volersi avvicinare a John, quel tizio che pensavano tutti fosse italiano e poi veniva dalla Svizzera. C’era una zona, in Svizzera, dove si parla italiano. Si chiamava Angelo. Angelo usa una corda, usa sempre la corda. La scommessa. È Angelo.
“È l’ora” disse John ad alta voce. Sapeva che quelle parole avrebbero fermato un istante Angelo dandogli il tempo di fare entrambe le cose. Perché due cose doveva fare, e farle quasi istantaneamente.
Tirò il grilletto.
Un tuono, la solita nuvola di fumo bianco e quell’odore acre.
Ritirò la mano dal grilletto, mettendola tra il mento e il giugulo un decimo di secondo dopo aver tirato.
La corda c’era. Angelo c’era. Ma certo che c’era.
John strinse il pugno, mentre la corda stritolava la sua mano. Ci sarebbe voluto poco perché Angelo si accorgesse che non lo stava strangolando. Ma non era ancora successo. La Colt era fuori discussione. L’aveva appoggiata troppo in là. Vedi l’ansia? Fa commettere errori.
John afferrò il fucile e con un movimento del polso lo girò su sé stesso: qualcosa era stato urtato, qualcuno. La stretta leggermente più debole.
John spinse in avanti la mano sanguinante con tutta la forza che riuscì a tirare fuori. Ci voleva la forza di due mani e le mani di Angelo non erano quelle di un pianista: lui aveva quella di una, perdipiù ferita.
Tirò in avanti e Angelo perse l’equilibrio. John lo fece rotolare sulla sua spalla, atterrandolo di fianco alla pistola e afferrandola allo stesso tempo.
Angelo indossava una tuta da lavoro. Baffoni biondi, occhi azzurri, capelli radi. Aveva una piuma infilata nella bretella destra. Forse una volta lo aveva visto armeggiare con una gabbia… Sì, aveva dei piccioni viaggiatori. Forse degli uccelli qualsiasi, chi si ricordava.
John armò il cane. Angelo non disse una parola. John gli sparò un colpo alla gola. Sperava di vederlo rantolare come aveva fatto rantolare decine di persone, quel maniaco. Ma il colpo aveva spezzato il collo, uccidendolo sul colpo.
Guardò distante Norris. Era a terra. Il suo cavallo bianco era a pochi metri di distanza e stava brucando delle sterpaglie. Nessun movimento. Norris era finito. Era finita.
Era il momento di tornare a casa.
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