Racconto di Francesca Coppola

(Dodicesima pubblicazione)

 

Quel giorno Mya indossava la maglia bianca con la scritta Boston.

Quando uscì dal cancello di casa, Stefano non le disse che era bellissima. La scrutò, in silenzio, mentre entrava in auto. Lei ne fu delusa. La radio intonava “Everybody loves somebody”, Dean Martin dava la sensazione di vivere il tempo di un’altra persona. La fragranza dello Joop addolciva l’aria dell’abitacolo.

Lui non mise in moto. Scosse la testa e col dito percorse il contorno di ogni lettera rossa stampata. Mya si bloccò sotto il colpo di una scossa elettrica.

“Il primo chiodo nel mio cuore è tuo” le disse poi la baciò.

Non sapeva il motivo per cui le era venuto in mente proprio questo momento, in mezzo a una caterva di situazioni pesanti. Ora che aveva deciso di chiedere una pausa. Dopo sette anni di relazione erano sprofondati. Voleva salvare qualcosa di loro. Lasciarsi per un po’, almeno per capire se l’amore era ancora amore o una serie di progetti non riusciti ma tenuti in piedi con le puntine.

Si erano guardati. Stefano aveva acconsentito. Anzi, in realtà non aveva risposto. Lei non aveva aggiunto altro a quel “Finiamola qui.” Così il martello avrebbe smesso di colpire, Mya credeva.

La prima notte era stata la più dura. Avrebbe potuto fare tutto ciò che voleva. Non si sarebbe sistemata sul fianco sinistro fingendo di dormire. Non avrebbe accusato mal di testa inesistenti.

Si mise seduta al centro del materasso a due piazze, incrociò le gambe e, per la prima volta, studiò le misure extra large espressamente richieste dal suo ex. Aveva pensato a una lista di cose da leggere, ordinare, guardare. Una lista di cose da fare.

La mattina successiva si alzò stanchissima, era come se non riposasse da mesi. A dispetto delle occhiaie, aveva scelto di stendere sulle labbra uno strato di rosso corallo. Un rossetto che a lui piaceva tanto da vietarle l’uso.

“E che ti guardano troppo. Sei già bella così”, si era difeso. La stessa giustificazione utilizzata anche quella volta in piscina. Il pareo era una scelta sconsigliata, la tonalità era sgargiante, le misure ridotte. L’avrebbe svalutata come donna, diceva. L’immagine delicata e allo stesso tempo dignitosa sarebbe rimasta intatta con un vestito morigerato.

Mya aveva messo il rossetto apposta per flirtare con Alex, ora che poteva. Mettere giù l’ascia di guerra. Quel finto conflitto che la vedeva rispondere in maniera acida per non correre il rischio di cadere nelle sue provocazioni.

“Come ti butta Mya?” le chiese Alex appena entrata in ufficio.

Non sapeva cosa rispondergli. Pensava al lutto dei tre giorni. Erano stati sette anni, cazzo! Che cosa avrebbe dovuto fare? Almeno indossare il nero, pensò fra sé e sé. Così, in maniera meccanica, si tolse il rossetto con il dorso della mano.

“Ho dormito di merda”, gli rispose dirigendosi alle macchine da caffè.

“E buongiorno anche a te bocca di rosa”, le disse scoppiando in una risata fragorosa.

Mya si voltò in preda alla furia. Avrebbe voluto spaccargli qualcosa sulla testa. E, invece, gli saltò addosso.

Lo baciò. E anche se sorpreso Alex rispose al bacio e lo prolungò. Mya non provò né schifo né piacere o almeno non quel tipo di desiderio che ti spinge ad andare oltre. Così si fermò e si affrettò a dire che, probabilmente, stava sognando e che questo era un incubo. Alex accusò il colpo e si sistemò un ciuffo di capelli. La guardò con un’aria indecifrabile poi sospirò.

“Quando vuoi”, le disse e portò i suoi piedi nei pressi della sedia alla scrivania.

Mya ripensò al lutto. Ai tre giorni che non aveva rispettato.

Si diede della puttana mentre beveva il caffè. L’aria divenne pesante: Alex non smetteva di fissarla.

Lei rispose al telefono. Capì, con grande sorpresa, di voler sentire la voce di Stefano e, invece, si trovò a scambiare una serie di lamentele e informazioni con un cliente arrabbiato.

Ripensò alla lista. La lista l’avrebbe salvata.

Una volta uscita dall’ufficio, cercò di coprire il nervo scoperto.

Decise di dedicare i tre giorni di lutto al libro di Lethem che aveva iniziato e mai finito. “L’inferno comincia dal giardino”. Il male più grande, pensò è quello vicino a te e ha il permesso di toccarti i capelli. Le chiedeva di tenerli sciolti sulle spalle, così il collo non sarebbe stato preda di sguardi sconosciuti. Stefano lo avrebbe percorso con l’indice.

Appena rincasata, avvertì l’urgenza di bere del tè caldo, di quelli che gli preparava lui, con un limone verde intero premuto all’interno, filtrato di qualsiasi filamento. A dire il vero, Mya amava il gusto asprigno e Stefano lo sapeva bene.  Tre gocce nel caffè amaro, così curava la sua emicrania.

Nei tre giorni di lutto era consentito piangere?

In piedi, davanti al piano cottura con i cinque fuochi che avevano scelto insieme, lo sguardo si fermò sulle maledette calamite appiccicate al frigorifero. Lanciò sul pavimento quella di Amalfi. Mandò al diavolo anche il ricordo di quando nella piazza del Duomo le aveva chiesto di andare a vivere insieme. In preda al delirio corse in camera, prese la maglietta con la scritta Boston dall’armadio. L’abbracciò. Sapeva che quel giorno si sarebbe innamorata, lo aveva sognato e in fondo bastava volere una cosa per riuscire a ottenerla.

Va tutto bene, si convinse. Il corpo diceva altro.

Si fermò. Prese un bicchiere d’acqua. Non bevve.

Buttò fuori tutta l’aria dello stomaco. Si accigliò. Sospirò. Sembrava più vecchia.

Come avrebbe fatto a non seguire più il carro del sole? Si vide distesa sul letto in un lungo sonno, ibernarsi poteva essere la cura. O forse già lo aveva creduto per troppo tempo. Voleva risvegliarsi per non guardare gli stecchi occhi, cambiare direzione perché non c’erano progetti futuri.

Adesso sapeva che la casa non aveva scale e i pothos non si sarebbero propagati. Adesso poteva depennare la lista della spesa e variare il menù. Poteva scegliere le ferie, più tranquille, di luglio e non incastrare i giorni comuni per credere di stare insieme.

«Mya» le aveva chiesto un giorno «ma tu non lo vuoi un figlio?»

Da quella domanda uscì tanto sangue, un buco scoperto e senza risposta.

La radio suonava le parole di Everybody Loves Somebody. Dean Martin, questa volta non poteva aiutarla. Indossò un cappello da uomo e la convinzione di cadere a quattro zampe da qualsiasi altezza. Allora seminò la maglietta in un angolo del giardino, decise di dimenticare il suo nome. Seppellì frasi intere, i suoi occhi e l’orologio biologico.

Devi eliminare, si diceva per arrivare al centro. Non ci incontreremo più, pensava e non le dispiaceva.

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