Racconto di Andrea Sabatini

(Prima pubblicazione)

 

Sono passati cinque lunghi anni. Il mio fisico, qualche decennio addietro asciutto e tonico, adesso cerca di nascondersi tra le pieghe dei vestiti sempre un po’ troppo larghi. Dalle maniche corte della maglietta escono magre e smunte due braccia pallide, allenate dal sollevamento di mia figlia che, in maniera sadica, ogni anno mi chiede di lanciarla ancora più in alto. Alle gambe è stata concessa la decenza di rifugiarsi all’interno di lunghi pantaloni che ne nascondono l’imbarazzante magrezza. Il ricordo di ciò che furono e la crescente difficoltà nel fare le scale, mi ha convinto a fare l’agognato passo, tanto invocato quanto rimandato. L’iscrizione in palestra.

Superato l’ostacolo burocratico ed economico relativo alla scelta dell’abbonamento e del successivo saldo, mi presento dieci minuti prima all’incontro con colui che mi avrebbe iniziato ai segreti del programma di allenamento giornaliero.

Come se l’aria della palestra avesse già avuto un effetto benefico su di me, riesco a salire le due rampe di scale con la grazia di un ballerino. Arrivato al primo piano, mi si para di fronte la soluzione a tutti i miei problemi di autostima: la sala attrezzi. Al banco un ragazzo sulla trentina, quasi calvo e con gli occhiali, sembra attendermi per dare una risposta a tutti i miei dilemmi esistenziali riguardo la massa muscolare. Facendo in modo di mostrare bene il borsone, simbolo concreto della mia volontà, mi avvicino alla postazione come un cow-boy in un saloon. Appoggio il gomito sul ripiano e con fare spavaldo annuncio il mio ritorno all’agonismo dopo cinque anni di imbarazzante silenzio. Lo fisso con aria d’intesa.

“Ciao. Io avrei un appuntamento con te. Alle dieci e mezza.”

Il tipo, intento a scrivere al computer, rimane immobile spostando lievemente lo sguardo verso di me.

Tre secondi di silenzio in cui mi avvolge il terrore che possa aver scambiato la mia affermazione con una richiesta di uscire insieme.

Poi, riportandomi bruscamente alla realtà, mi risponde: “No, noi non abbiamo un appuntamento.”

Lo dice come i personaggi dei cartoni giapponesi anni ‘80, dove l’intera immagine rimane immobile e si muove solo la linea delle labbra. Per un attimo torno a pensare all’equivoco del baccaglio. Lo guardo, la bocca semiaperta che non riesce a rispondere, gli occhi pallati.

Cerco di spiegarmi, forse siamo partiti col piede sbagliato.

“Volevo dire che ieri mi sono iscritto in palestra e la segretaria al piano sotto mi ha dato appuntamento per oggi per cominciare insieme la scheda.”

Sfodero un sorriso complice, comprensivo del suo errore.

Sposta gli occhi al monitor e digita meccanicamente qualcosa.

“No, io qui non ho niente.”

Digita ancora non so cosa.

“Come ti chiami?”

Rispondo. Ancora il ticchettio dei tasti.

“No, mi dispiace, non ci sei.”

Lo dice come se fosse un operatore di un call-center. Ma almeno, mi rendo conto, sta cominciando a mostrare qualche segno di empatia. Si sta insinuando in me lo sconforto del mio mancato appuntamento con la Storia. Quindi incalzo.

“Non so come mai, ho parlato con Ludovica. Guarda, me lo sono segnato anche qui sul calendario del cellulare…”

Improvvisamente diventa loquace.

“Guarda non lo so, ma qui non sei segnato. Tra l’altro gli appuntamenti si prendono alle 10 o alle 11, non alle 10.30, e in questi due orari devo già seguire due ragazzi e non riesco a stare dietro anche a te. Mi dispiace.”

Per la seconda volta si scusa. Ci siamo, devo solo affondare.

“Ah, capisco,” (mi mostro comprensivo) “peccato però, perché mi ero tenuto libera la mattina” (assolutamente il vuoto tra i miei impegni).

Lancio uno sguardo alle sue spalle, come se fossi perso nei miei pensieri. Come un proiettore davanti a me scorrono le immagini di un futuro incerto, mia figlia piangente perché suo padre non riesce più a sollevarla, camminate in montagna che non torneranno mai più, mattinate perse a letto nel vano tentativo di alzarsi lottando contro la debolezza. A quel punto apro una breccia nel cuore del tipo e mi preparo al finale.

“Va bene dai, pazienza. Peccato però.”

Faccio per voltarmi quando il ragazzo mi richiama.

“Senti, al massimo posso farti fare il tapis roulant e la cyclette, così cominci a sciogliere un po’ i muscoli.”

Mi volto. Fingo di pensarci. Come se dicessi lo faccio solo per te, accetto. Dentro di me, festeggio.

Mi avvio verso gli attrezzi con un sorriso sornione, sfilando tra gli altri palestrati. In pochi giorni sarò uno di loro.

Vedo già un futuro di corse per le scale.

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