Racconto di Isabella Ricciarelli

(Prima pubblicazione)

 

Sulla pagina Facebook di quello che è stato il mio asilo c’è scritto, e cito testualmente, “la più antica istituzione scolastica infantile della regione, dove l’attività didattica è organizzata dalle suore dal 1876”.

Una garanzia, una denominazione ad origine protetta. Sono passati circa quarant’anni, e tutto è rimasto uguale: il grandissimo salone centrale con il palco dove ci esibivamo negli spettacoli per le nostre famiglie (quando si degnavano di presentarsi), il corridoio lungo e stretto con gli armadietti gialli di metallo ai lati (sul mio era applicato un adesivo raffigurante una rondine), le porte con le vetrofanie colorate che si affacciavano sui giardini interni (quante lacrime con la fronte appoggiata al freddo vetro blu), la viscida vasca melmosa per i pesci, le altalene  arrugginite, la grande sabbiera dove il piccolo Edoardo Ammazzini faceva la pipì impunito, l’arco in pietra e le scale in marmo per andare su, nel temibile dormitorio. Alta pedagogia, ma anche degrado.

Tutto lì, immoto, tranne due cose: il fatto che le suore abbiano evidentemente assunto un social media manager per gestire i loro profili sulle varie piattaforme digitali e che abbiano dovuto abbandonare la cucina interna per uniformarsi alle nuove norme vigenti. Nutrivo sentimenti contrastanti verso le suore, ma, sulla cucina, andavano lasciate stare. Profumini, biscotti, marmellate, panini appena sfornati, torte e bomboloni per la merenda, il mitico “refettorio” con i tavoli vintage in formica suddivisi per colore a seconda delle età dei bambini, sapeva sempre di pulito e di minestrina in brodo.

Mi ricordo perfettamente cosa mangiavamo e in quali giorni, in particolare il martedì.

Il menù del martedì era pressoché ospedaliero e prevedeva pastina all’olio, frittata e purè. Mi ricordo in particolare il martedì perché io il martedì vomitavo. Era una certezza. Nessuno ha mai capito il motivo, e nemmeno io, ahimè, vittima di questo meccanismo atroce per cui dopo aver diligentemente mangiato tutto come ci si aspettava da una bambina compita e ammodo come me, altrettanto diligentemente andavo a rimettere nel piccolo gabinetto rosa in preda a dolori lancinanti. E lo facevo peraltro, non sapendo vomitare.

Il vomito lo subivo.

Disgustata e scarruffata, tornavo nella sala mensa.

Così le suore mi permettevano di sedere con loro, guardandomi con aria compassionevole mentre sgranavano nelle tasche i rosari finché qualcuno non mi veniva a prendere. Ogni martedì che Cristo metteva in terra, per dirlo alla maniera di mia madre che era oltremodo disturbata dalla chiamata settimanale delle solerti suorine. Non so se per un periodo io abbia sofferto di una qualche intolleranza all’uovo o al purè istantaneo (sì, lo confesso, era sempre tutto ottimo, ma il purè aveva un retrogusto di plastica che mi faceva sospettare che le religiose non fossero del tutto oneste sulle patate), sta di fatto che ad un certo punto, per ovviare alla questione, semplicemente io il martedì iniziai a restarmene a casa.

«Sarà il Vattelappesca», mi scherniva la mamma sarcastica.

Tanto per non voler mai approfondire un cazzo di nulla che mi riguardasse, ecco.