Racconto di Bartolo Anglani

(Prima Pubblicazione)

 

Il gatto non sapeva di essere diventato brutto. Non vedeva il pelo strappato, le croste che gli macchiavano la schiena, il sangue che si raggrumava sotto la pancia. Non sapeva che un occhio penzolava, inerte, nell’orbita. Stava là, nel cortile, acciambellato al sole, e quando udiva la porta che si apriva si stirava pigramente e miagolava piano, come aveva sempre fatto. Se sentiva passare qualcuno, cominciava quietamente a fare le fusa. Si rotolava sul pavimento lasciando la pancia tormentata alla vista. Si aspetta-va forse che, come qualche tempo prima, qualcuno si sarebbe piegato a giocare con lui, gli avrebbe grattato la pancia, gli avrebbe accarezzato la testa. Tutti, però, passavano distanti, allungando il percorso per non avvicinarglisi.

Non osavano scacciarlo e gli lasciavano, comunque, un po’ di pane e una scodella d’acqua nell’angolo, in ricordo del gatto che era stato ma non gli dicevano micio micio e agivano proprio come se non ci fosse stato.

Il gatto non capiva.

Pensava che, prima o poi, tutto sarebbe ricominciato come prima, che lo avrebbero lasciato avvicinare e strofinare la testa sulle loro gambe.

Domani, forse.

I bambini, di cui aveva sempre avuto un po’ di timore, lo avrebbero inseguito per tirargli la coda, come avevano sem-pre fatto ma i bambini scivolavano nel cortile senza vederlo.

L’indomani, chissà, l’avrebbero riconosciuto.

Non era diverso, era lo stesso gatto del mese prima. I giorni passavano, le razioni di ci-bo e di acqua diventavano sempre più piccole e arrivavano ogni due, poi ogni tre giorni. Il mondo era proprio cambiato.

Gli esseri umani erano impazziti: e pensare che erano stati creati per assisterlo, dargli da mangiare e da bere, lasciarlo entrare in casa nei giorni di pioggia. Il mondo era uscito di senno, e la sola cosa da fare era aspettare che tornasse com’era sempre stato.

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https://lospecchiodicarta.it/2015/03/31/cento-modi-per-morire-di-bartolo-anglani/