Racconto di Giovanni Mastronardo

(Prima pubblicazione)

 

Il pianto fu così rabbioso e frustrante che le procurò un bruciore tremendo agli occhi. Erano mollicci e umidi e rossastri. Ermanno, suo marito, giaceva sul divano e non mostrava segni di reazione. Eppure gli aveva appena comunicato che anche lei era senza occupazione. Continuava a tracannare un sorso dopo l’altro. Per Ermanno cambiava ben poco, dopotutto. Aveva rinunciato a cercare un altro impiego. Se ne stava tutto il giorno sul divano, il telecomando in una mano, la Peroni nell’altra, lo sguardo fisso sulle macchie di muffa accumulatesi sulle pareti. Aspettava la pensione, diceva. Era stufo, lui. Se ne stava immobile, con quella ridicola mutanda ascellare da pensionato, e l’elastico che gli marchiava la pancia flaccida.

Il divano si strozzò sotto il peso del corpo di suo marito. Un rutto le augurò buonanotte. Giada Goldoni era a letto. Il telefono impostato con il volume al massimo: potevano chiamarla anche di notte, anche la sera di Natale, per lei non avrebbe fatto differenza. Fottuto telefono che squilli solo per delle cacate. La lettera di licenziamento stropicciata giaceva sotto il lume del comodino. L’ennesimo supermercato era sorto nel capannone in cui aveva trascorso gli ultimi quindici anni. Una mattina aveva riso a tal punto da sentire dolore alla mascella: nel punto in cui c’era stata la sua postazione di confezionamento, stavano installando un frigo con tutte le più schifose bibite commerciali. Ne comprò dieci e bevve fino a forare la vescica. Almeno Sansone era morto portandosi dietro tutti i filistei compresa quell’arpia della Marchesi, la capoturno. Ora vai da tuo marito e tua figlia a cronometrare le pisciate, puttana.

In realtà, il telefono di Giada Goldoni suonava solo per promozioni pubblicitarie e call center dislocati in Albania.

” Signora per caso mi sa dire se in questo palazzo qualcuno vende un immobile?”.

” Sì, salve parlo con Giada? Senta lei ha già la fibra? Sì? Conosce qualcuno che potrebbe essere interessato? Abbiamo un vantaggioso pacchetto tariffario tutto da scoprire”.

Ogni chiamata era una spalmata di sterco sul suo spazzolino da denti. E faceva sempre maggiore fatica a tollerare Ermanno, con quella mutanda ascellare lercia e slabbrata. Alle volte non riusciva a contenersi: la tensione la stava logorando. I primi solleciti di pagamento le procurarono un furioso prurito al cuoio capelluto. Si grattava con foga, fino a ridurre le unghie a un deposito di croste sanguinolente.

Il pranzo era il momento peggiore. L’ultima volta che cucinò per il marito fu sul punto di immergere le mani nella pentola bollente per la rabbia. Lui era a tavola e mangiava del brodo a cucchiaiate sbilenche: a ogni boccone si lasciava colare addosso del liquido, come un vecchio infermo in una RSA. Aveva la canottiera zuppa e la barba sbrodolata. Guardarlo era come osservare il pattume dell’umido: le procurava nausea e repulsione.

Giada guardava di continuo il plico delle copie rimaste dei suoi cv cartacei. Ne aveva consegnati a decine. Era come essere tornata all’estate post diploma. Si lasciò andare a un sorriso di fiele nel notare le briciole del pavimento della cucina e lo strato di polvere sui comodini della camera coniugale. Non era mai stata così sciatta. Sentì un tappo di birra saltare via e cadere sulle piastrelle del pavimento: erano state il regalo di nozze di suo padre. Perché lei doveva sbattersi mentre suo marito spendeva la Naspi in Peroni? Decise di indossare un pigiama modesto. Spettinata e senza lavarsi i denti, gli si sedette di fianco e si lasciò sprofondare. Non si sarebbe più mossa, salvo per il piscio e la fame, ammesso che ne avesse bisogno. Ermanno non la degnò di un commento.

I giorni erano scanditi dall’aumento delle bottiglie vuote. Giada aveva smesso di lavarsi e stava diventando inappetente. Sentiva il sudore, appiccicoso come colla, sotto le ascelle: l’alone era una chiazza di bava di lumaca; la stanza boccheggiava nei cattivi odori; il pigiama era diventato uno strato di pelle morta da strappare via. Ermanno si alzava solo per prendere altra birra da scolarsi. Lei si accorse che aveva i mutandoni sudici: da quando aveva smesso di lavarglieli, non li aveva più cambiati. Erano due corpi sporchi che condividevano uno spazio.

Una sera l’uomo ruppe il silenzio. Sentirlo parlare fu come cavare un dente senza anestesia. Aveva una voce sepolcrale.

“Lo fai di proposito per infastidirmi, lo so. Ma io qui sto bene”.

Si alzò e Giada Goldoni si accorse che era nudo. I mutandoni, ridotti a mero straccio, erano a terra, di fianco al loro sarcofago di stoffa. Si diresse in cucina. Lo sportello del frigo che si apriva fece tintinnare delle bottiglie. Il suono si perse tra le note strumentali di Un’estate al mare. Giada osservò il suo telefono quasi scarico: numero non salvato. Dall’altra parte una voce squillante e professionale. Giada schiacciò il tasto del vivavoce. “Salve, signora Goldoni? Senta, ricorda quando venne a chiedere di posizioni aperte per suo marito? Ecco, stanno cercando al cantiere del Porto. L’offerta è a scopo assunzione. Se vuole, possiamo contattare direttamente il signor Goldoni”. Con il passo appesantito e goffo, Ermanno sbucò di corsa e nudo dalla cucina. Aveva gli occhi spaventati da preda braccata e il pene penzolante come un cavo tranciato. Scuoteva la testa dicendole di no. “Guardi, mio marito è proprio qui, di fianco a me. Glielo passo subito”. Ermanno era piegato in due sulle ginocchia, col fiatone e il collo sudato. Prese il telefono e le lasciò sul grembo uno sguardo spaesato e tremolante.