Racconto di Walter Riofreddo

(Prima pubblicazione)

 

Il display dello smartphone brillò nel buio della cucina alle cinque e mezza del mattino. Il pollice di Marco scorreva lo schermo, un riflesso automatico, ipnotico. Se qualcuno avesse calcolato il tempo che passava agganciato a quel flusso continuo di immagini, il suo totale avrebbe superato quello di sua moglie Anna, che pure usava la tecnologia per le sue lezioni alle elementari, e dei loro due figli adolescenti. Erano arrivati a invertirsi i ruoli: erano i ragazzi, ora, a guardarlo scuotendo la testa.

Marco lo sapeva. E la consapevolezza non era un pensiero astratto, era una condanna fisica. Quando esagerava, sentiva un’oppressione al petto, una claustrofobia dello spirito. Si sentiva come in fondo a un pozzo: le pareti strette fatte di luci artificiali e la sensazione che il tempo gli scivolasse tra le dita come sabbia, lasciandolo svuotato, sterile. C’era una sottile disperazione in quel consumo solitario, il paradosso di essere connesso con tutto il mondo e radicalmente isolato dalle sue stesse radici.

Ma quel mattino non fu come gli altri. Fu il mattino del cortocircuito.

Mentre il suo pollice aggiornava pigramente la bacheca, l’applicazione gli propose una notifica: “Scopri cosa facevi oggi, 5 anni fa”. Apparve una foto di lui, più giovane, fiero davanti al suo campo di grano appena mietuto. Marco sollevò lo sguardo dallo schermo e lo posò su una vecchia foto cartacea incorniciata sulla credenza, scattata nello stesso identico punto vent’anni prima, quando aveva ereditato la terra da suo padre.

In quel preciso istante, la verità lo colpì con la forza di una vanga nello stomaco.

L’algoritmo gli prometteva novità ogni tre secondi, ma in realtà lo stava tenendo immobile, congelato in un loop sterile. Gli stava rubando l’unica cosa che un contadino rispetta sopra ogni altra: il tempo della maturazione. Nella terra, cinque anni significano alberi che crescono, rotazione delle colture, stagioni che lasciano un segno fertile. Sullo schermo, cinque anni erano svaniti nel nulla, senza produrre un solo grammo di raccolto interiore. Era rimasto identico, solo più vecchio e più vuoto. Quella velocità artificiale lo stava derubando del tempo reale, l’unico in cui i suoi figli stavano crescendo e in cui l’amore di sua moglie metteva radici.

Con una violenza silenziosa, come chi si risveglia un secondo prima di cadere da un burrone, Marco girò lo schermo verso il basso. Il silenzio che seguì fu immenso.

Si impose di guardare oltre i vetri della finestra. Fuori, la terra non chiedeva attenzione con un trillo, ma esisteva con una maestà silenziosa. Sentì il profumo umido della campagna all’alba, un odore antico che parlava di cicli, di pazienza, di vita che si rinnova. Avvertì il calore della casa, la presenza invisibile ma solida dell’amore dei suoi cari che ancora dormivano al piano di sopra. Alzò gli occhi al cielo: si stava aprendo in un azzurro limpido e assoluto. Era lo stesso identico colore degli occhi di Anna, lo stesso azzurro trasmesso ai loro figli. Era il colore del loro legame, una sfumatura che nessun display avrebbe mai potuto restituire fedelmente.

Sentì il bisogno viscerale di un’espiazione, di ristabilire un contatto sacro con la realtà e con il tempo vero.

Lasciò il telefono sul tavolo e uscì. Non andò semplicemente a fare un lavoro nell’orto; andò a celebrare un rito di riconnessione. Camminò fino al campo grande, dove la terra scura aspettava la semina. Si inginocchiò, noncurante dell’umidità che gli bagnava i pantaloni, e affondò le mani nude nella terra. La sentì fresca, densa, viva sotto le unghie e tra i palmi.

In quel gesto antico di farsi tutt’uno con il suolo, Marco non stava solo piantando; stava seppellendo la sua dipendenza. Stava restituendo il suo tempo al ritmo delle stagioni. Lì, con le mani sporche di fango e il sole che cominciava a scaldargli le spalle, si sentì finalmente riemergere da quel pozzo artificiale, respirando di nuovo l’aria pulita del presente.