Racconto di Daniela Piu
(Seconda pubblicazione)
“Ar-ti-co-la!” scandì la parola con un grido alla ragazza che gli sedeva di fronte.
Lei, imbarazzata e col volto in fiamme, proseguì la lettura della domanda al famoso psichiatra.
“Ehm, nel 2008 la sua carriera ha una svelta, cioè scusi, una svolta, perché le affidano il caso Franzoni, la mamma di Cogne. Ci può dire come ha affrontato il suo primo grande caso?”
Finita l’intervista il famoso psichiatra fece alzare la stagista e le chiese quanti anni avesse, poi le fece fare un giro su sé stessa.
“Mi mandano una stagista gnocca: questi del Corriere sono proprio dei rottinculo. Porgi i miei omaggi al capo redattore”.
Appena la ragazza fu uscita dallo studio, Manlio guardò il cellulare, fece scorrere alcuni messaggi e rispose a quello del suo vicino di casa: “Fra mezz’ora rientro. Doccetta e sono da te”.
Era venerdì, e come ogni venerdì sera, da tempi immemorabili, si riuniva il club. Lo chiamavano club e basta, perché quando ancora erano ventenni e lo avevano formato, nel tentativo di dargli un nome bisticciarono al punto da arrivare alle mani.
Ne era passata di acqua sotto i ponti da quella prima memorabile riunione. Avevano quasi tutti preso la laurea, a parte un paio di membri che avevano iniziato a lavorare durante l’università e non erano riusciti a tagliare il traguardo. Per legge di compensazione gli altri avevano fatto master prestigiosi e specializzazioni all’estero, prevalentemente negli Stati Uniti. Tutti, in ogni caso, si erano affacciati al mondo adulto, quello del business, da un’ottima posizione protetti com’erano da famiglie facoltose.
Manlio uscì dallo studio e con lo scooter raggiunse via Lupetta, parcheggiò nel cortile alberato e sentì qualcuno alle sue spalle.
“Allooora, dottore? Sempre in ritardo, cazzo”.
“Uè, pirlone, la segretaria ha voluto a tutti i costi farmi un pompino, le dicevo di no?”
I due si sbellicarono dalle risate, poi Manlio andò a darsi una rinfrescata. Antonio rimase nel cortile ad aspettarlo, si lasciò ipnotizzare dai whatsapp che arrivavano a raffica. Dlin dlin dlin, non riusciva a star dietro a tutte le amanti che, staccato dal lavoro, lo bombardavano di notizie su ciò che avrebbero cucinato appena rientrate, e di foto del gatto che le accoglieva sulla porta. Non si accorse che qualcuno lo osservava divertito a pochi passi da lui.
“Uè, pirla, son qua da dieci minuti e non mi saluti neanche”.
Antonio sollevò lo sguardo inebetito dall’iPhone e cercò con molta difficoltà di mettere a fuoco il viso dell’uomo che aveva di fronte. Si era seduto sul bordo di un’aiuola e l’altro lo sovrastava di almeno un metro e settanta.
“Ma sei tu!” Antonio scattò in piedi e fece per abbracciare l’amico alpinista che non vedeva da molti mesi, ma accorgendosi che quello indietreggiava si ricordò del covid.
Antonio scalpitava davanti al più bell’uomo della città, avrebbe voluto toccarlo, almeno stringergli la mano. L’altro se ne accorse e tirò fuori dallo zaino un flacone di disinfettante con il quale si pulì le mani, poi ne offrì un goccio anche a lui e finalmente si strinsero la mano.
“Bello rivederti, ma quando sei tornato?”
“Ieri sera, e riparto domani. Non potevo perdermi il club”.
Arrivò Manlio con la camicia aperta bella stirata e cominciò a sorridere appena uscito dal portone.
“Uèla, chi si rivede! Il nostro campione” alzò il gomito per toccare quello di Erik puntato verso di lui.
Presero il SUV di Manlio e i tre si diressero verso via Modestino dove li attendevano gli altri. Aveva piovuto parecchio durante il giorno e la riunione si poté tenere sulla terrazza affacciata su piazza Sant’Agostino: faceva fresco. Il padrone del palazzetto liberty aveva fatto portare dai filippini tutte le poltrone fino all’ultimo piano, e le aveva fatte sistemare tra le piante di agrumi e il gelsomino, a ridosso del prato inglese che ricopriva metà della grande terrazza. Manlio mandò un whatsapp a Ermanno per dirgli di aprire il garage, erano sotto casa sua. La porta basculante si sollevò dopo pochi secondi e il SUV di Manlio prese posto tra una Jaguar e una Porsche, entrambe del padrone di casa.
“Siamo i primi” Antonio scese dal SUV e accarezzò la Porsche 911 Carrera Cabriolet di Ermanno.
Presero l’ascensore che portava direttamente alla terrazza. Erik si sistemò le sopracciglia nello specchio all’interno dell’abitacolo, mentre gli altri due smanettavano sul telefono.
“Ah, le femmine!” sbottò Manlio.
Erik e Antonio sogghignarono.
“Non capiscono un cazzo. Se ti dico che non ho tempo, cosa vuol dire, eh?” Manlio si voltò verso Antonio che annuì sconfortato.
“A chi lo dici. Cerco anch’io di farglielo capire che ho altro da fare, ma quelle niente: insistono”. Antonio mostrò un pezzo di chat a Manlio che si ritrasse scuotendo la testa.
“Sono delle gattemorte, lo fanno apposta. Sanno benissimo che quando diciamo che non abbiamo tempo lo stiamo passando con qualcun’altra”. I tre scoppiarono a ridere proprio quando si aprirono le porte dell’ascensore.
Ermanno era lì che li aspettava, e vedendoli ridere a crepapelle rise anche lui di riflesso.
“Tutti vaccinati, giusto?”
“Tutti vaccinati, boss” dissero in coro continuando a ridere e accostando il pugno chiuso a quello del padrone di casa.
“Che bellezza quassù”. Antonio diede una lunga occhiata panoramica agli alberi che riempivano la maggior parte della superficie della terrazza creando l’impressione di essere in una radura al crepuscolo.
Non si erano neanche seduti che Antonio aveva tirato fuori dalla tasca un sacchetto di marijuana. Ermanno commentò: “Ecco il solito pirla che pensa ancora di avere vent’anni. Ma quando cresci?”
Antonio continuò a lavorare l’erba dentro la cartina senza battere ciglio. Era abituato alle critiche del club, per loro era rimasto il pirla del liceo, quello che a cinquant’anni suonati ancora viveva con la madre. Si era laureato in giurisprudenza per seguire le orme del padre avvocato, ma quando finalmente era pronto per entrare nello studio associato quello era morto d’infarto. Antonio si era dovuto accontentare di rimanere tirocinante a vita, gli altri avvocati erano delle tali belve che lui non se la sentiva di buttarsi nella mischia. Si mise l’animo in pace e continuò a fare fotocopie e a portare documenti in uffici affollati finché tutto non si informatizzò: da allora si baloccava con whatsapp anche in studio, preferibilmente seduto sul bordo dell’aiuola di piazza Santa Maria alla Porta.
Ermanno si alzò per accogliere un nuovo arrivato che portava in ascensore la bici pieghevole chiusa fino a diventare più piccola di un trolley. Appena varcò la porta ci fu un’acclamazione piena di allegria, gli uomini si alzarono e presero a salutare il professore con delle gran gomitate.
“Sai qualcosa del Branca? Non risponde ai whatsapp”.
“Oh, non credo che riesca a venire, hanno di nuovo ricoverato la Jessica”.
“Pff”. Ermanno si abbandonò sulla poltrona piuttosto contrariato.
Le donne degli altri erano sempre le peggiori. Ermanno pensava fossero loro la causa di tutte le disgrazie che capitavano ai suoi amici. Non poter presenziare al club, pur essendo a Milano, era poi la disgrazia delle disgrazie. Jessica non gli era mai piaciuta, dal primo giorno che l’aveva conosciuta a cena dal Branca. La trovava assolutamente impresentabile: una culona inchiavabile l’aveva definita alla prima riunione del club dopo il fatidico incontro, alla quale Branca non c’era, ça va sans dire: si erano trovati tutti d’accordo.
“Ed è pure negra” aveva aggiunto con un ghigno il professore, per cui da quella volta l’epiteto le era rimasto incollato.
Uscirono dall’ascensore due filippini in livrea bianca. In quattro e quattr’otto, senza fare il minimo rumore, sistemarono su un tavolo appartato la cena fredda e servirono il prosecco ghiacciato. Un intenso odore di marijuana impregnava l’aria e stentava a evaporare, si alternava a quello del gelsomino e dei kebabbari che saliva dalla piazza senza riuscire a confondersi. Ermanno mandò via i filippini sventagliando una mano, poi con un: “Dai qua, pirla” si fece passare la canna da Antonio che sembrava volersela fumare intera.
“Cos’è che ha combinato stavolta, la negra?”
Il professore, con una smorfia molto simile a un ghigno, ricordò alla combriccola che il Branca era venuto fuori dall’alcolismo poco prima di incontrarla.
“Ce l’ho mandato io a calci nel culo dagli alcolisti anonimi, quel pirla”. Manlio aveva tirato su gli occhi dall’iPhone e scuoteva la testa.
Jessica beveva spesso, ma da quando si era messa con il Branca era peggiorata. Bastava cenare con loro per capire che lo faceva anche da sola, visto che il Branca andava avanti a coca-cola.
“E fa uso di benzodiazepine, gliele ho viste sul piano della cucina” lo psichiatra abbassò gli occhi di nuovo sullo schermo del telefono e li socchiuse.
Durante la festicciola per il novantacinquesimo compleanno della madre del Branca, Jessica aveva mischiato champagne e psicofarmaci e le si erano girati gli occhi indietro, come se fosse andata in trance.
“Nooo!” il coro dei membri del club fu unanime.
La vecchia si era spaventata, ma vedendo il figlio ridacchiare, rimase di stucco a guardare la donna che si alzava da tavola senza chiederle il permesso, e cercava di mandar via gli spiriti che vedeva solo lei.
“Ah, ma siamo ormai pronti per un bel TSO allora” disse Manlio tutto contento.
Gridava cose tipo: “Lasciatemi stare, non mi toccate!” mentre il Branca, sempre sghignazzando, la tranquillizzava: “Dai, cara, rimettiti seduta, vado a prenderti le goccine”.
Si aprì la porta dell’ascensore e ne uscì un enorme stomaco seguito da Luca. Ci furono momenti di grande entusiasmo per quell’arrivo, gomitate e complimenti per l’enorme successo dell’ultimo suo libro, uscito in piena pandemia e andato a ruba in tutto il paese. Luca allargò le braccia, fece due piroette e annunciò: “Purtroppo non posso fermarmi, mi aspettano dalla marchesa madre. Ma non potevo esimermi dal farvi un salutino, miei cari amici”.
“Prosecchino?” Ermanno gli porse un calice colmo e ghiacciato.
Luca lo trangugiò d’un fiato, si spostò un ciuffetto di capelli radi dalla fronte e ne chiese un altro: non poteva arrivare sobrio al palazzo della marchesa madre. Al terzo bicchiere fece ancora un paio di giravolte e salutò il club.
Appena l’ascensore fu partito, Ermanno riempì i bicchieri degli ospiti facendo una giravolta come quelle di Luca. Raccontò ai membri che la marchesa madre era una vera arpia, rinsecchita e aspra per aver sbagliato tutto nella vita ed essersene perfino resa conto. Rendeva la vita della marchesa figlia un inferno, ma alla sua morte l’avrebbe ricoperta d’oro.
Luca si era presa come amante la futura ereditiera, e mentre aspettava l’evento si faceva pagare dalla marchesa figlia il mutuo della casa, intestata alla moglie, e le bollette.
“Ma con tutti i libri che vende non lo guadagna qualche soldo?”
“Senti il pirla che domande da pirla che fa! L’editoria italiana è alla canna del gas, pirlone” il professore lo sapeva bene, dato che i suoi saggi, a differenza di quelli di Luca, li compravano solo gli alunni e non aveva mai visto un euro dagli editori.
Ermanno sollevò uno dei coperchi e propose di iniziare a mangiare, non sarebbe arrivato nessun altro. I membri si radunarono intorno al tavolo dove i filippini avevano posato le pietanze. Furono scoperchiati i vassoi e si diede inizio all’abbuffata in piedi. L’unico che si contenne, che si serviva in un piatto il cibo e si sedeva per mangiare, fu Erik, abituato alla dieta ferrea degli sportivi. Gli altri stettero davanti alla tavola continuando a discutere e trangugiare finché tutto il cibo a disposizione fu consumato. Commentarono i disservizi del centro vaccinale, in particolare il ritardo con cui arrivava il Green Pass che aveva generato a tutti dei fastidi, la vincita della coppa europea di calcio, le olimpiadi di Tokio, e poi ritornarono al loro argomento preferito: le donne degli assenti.
Finito di inghiottire l’ultimo boccone e assicuratosi che non ci fosse proprio nient’altro, il professore entrò nell’ascensore e si diresse verso il bagno degli ospiti. Durante quei dieci minuti ci fu un passaggio di informazioni sulle donne del professore. I membri del club si accertarono che la moglie lo avesse ripreso in casa, dopo averlo buttato fuori per aver scoperto l’ennesima relazione con l’ennesima alunna. Il professore non se ne lasciava scappare una di quelle ragazze fresche, attraenti e piene di vita. La moglie avrebbe compiuto i cinquantotto a breve, come lui d’altronde, e lui la considerava un vecchio catorcio buono ormai solo per accendere la lavatrice. Non tutte le alunne ci stavano, ma lui non demordeva: aveva dalla sua il potere che promana dalla cattedra e un cognome altisonante, per cui erano davvero poche quelle che lo rifiutavano. Il professore si credeva un vero gentiluomo medievale, un troubadour: le corteggiava, le portava fuori e in vacanza, le teneva sotto la sua ala protettrice per mesi. A un certo punto interveniva la moglie che si occupava di minacciarle e farle scappare.
Ritornato sulla terrazza, il professore si stiracchiò e accese un sigaro: “Allooora, quando salpiamo per la Sardegna?” si sedette su una poltrona e tirò una lunga boccata.
Ermanno raccontò che la sua barca era ormeggiata a Porto Cervo, i figli erano partiti con alcuni amici agli inizi di luglio. Lui e la moglie li avrebbero raggiunti in aereo prima di Ferragosto.
“Cannetta della buonanotte”. Antonio tirò fuori le cartine e sorrise.
Ermanno scosse la testa e Antonio gioì per la reazione del padrone di casa.
“Per un po’ d’erba, puff”.
“Parla pure, il pirla” Ermanno lo guardò storto.
“Parli tu che spacciavi eroina davanti al Parini, ma va a cagher”.
“Ma senti cosa va a rivangare il super pirlone. Quando si è giovani tutto è permesso, pirla”. Ermanno sbottò in una risata cupa.
Si aprì la porta dell’ascensore ed entrò nella terrazza lo Sfondrat.
“Uè, guarda chi abbiamo qui, il cumenda”.
“Buonasera a tutti, passavo da queste parti e così…”
“Bravo! Il pirla qui ci stava appunto rollando la canna della buonanotte”.
“Capiti proprio a fagiuolo, Sfondrat” il professore si era alzato per omaggiare il banchiere, gli versò il fondo della bottiglia di prosecco in un calice e glielo porse con deferenza.
Sfondrat rifiutò l’offerta con un gesto secco della mano e si voltò verso il padrone di casa in attesa che offrisse dell’altro. Ermanno ordinò dello champagne e dopo alcuni minuti la porta dell’ascensore si aprì: arrivò un filippino che servì con i guanti bianchi anche il caffè.
Sfondrat pregustava con largo anticipo la caduta dell’Afghanistan nelle mani dei talebani, lo raccontò a Ermanno che seguiva la vicenda nonostante il suo giornale ne avesse parlato pochissimo. Cercò di sondare meglio per quali vie i fondi privati della banca di Sfondrat si sarebbero avvantaggiati del collasso afghano, ma non riuscì a capire bene. Tutto il club partecipava degli utili di quei fondi, senza chiedersi troppo a svantaggio di chi o cosa. Ermanno intuì che avevano a che fare con degli investimenti turchi, ma Sfondrat si mise a parlare dell’Eurocoppa e non ci fu verso di tornare al quid. D’altronde era meglio non scoperchiare il vaso di Pandora, lui lo sapeva bene dato che dirigeva un quotidiano nazionale.
Rincasai alle tre del mattino e nel garage vidi le macchine degli scroti lessi: da quando avevano tutti superato la cinquantina li chiamavo così. Non mi azzardai a salire in terrazza perché sapevo che il club aborriva le donne, nessuna mai era stata ammessa a farne parte. L’unica volta che ero passata a salutare, mi avevano subito messa a servire, ed era calato un silenzio imbarazzato che mi aveva fatto scappare a gambe levate. Al club delle donne si parlava e basta, preferibilmente male, erano il capro espiatorio tout court. Se ne trovava sempre una all’origine del male dei membri, sulla quale si faceva ricadere una pioggia di recriminazioni che era il sollazzo delle riunioni.
Andai dritta a dormire. Avrei saputo con calma l’indomani com’era andata la serata, dato che avrei cenato sola con Ermanno, i nostri figli erano in Sardegna. Successe una cosa che lui mi definì esilarante. Appena finito di mangiare, Erik si era assopito e ogni tanto apriva un occhio per controllare che intorno a lui tutto fosse tranquillo. L’ex campione era abituato ad andare a letto presto, per cui raramente resisteva sveglio dopo le undici. Fatto sta che smise di aprire quell’unico occhio e cominciò a russare con convinzione. Non si svegliò né quando arrivò Luca, che gli piroettò intorno senza accorgersi che dormiva, né quando Sfondrat gli si sedette accanto e cominciò a parlare di calcio e politica.
Pensarono si meritasse una lezione, addormentarsi al club era lesa maestà. Se la sarebbe ricordata come il giorno in cui aveva conquistato la vetta dell’Aconcagua, primo alpinista a scalarla in dieci ore secche. Sollevarono la poltrona sulla quale dormiva e la portarono verso il parapetto dove la poggiarono lasciandola in bilico sul vuoto. Quel pirla di Antonio non riusciva a smettere di ridere così Manlio gli diede uno scappellotto; quello si girò di scatto facendo basculare la poltrona. Lo lasciarono a dormire con una delle gambe che penzolava su piazza Sant’Agostino, russava che era una bellezza. Continuarono a bere e chiacchierare tanto che si dimenticarono di Erik affacciato sul vuoto. Solo Antonio lo guardava di sbieco e ridacchiava.
“E poi?”
“E poi che?”
“Ma Erik, no?”
“Niente, l’abbiamo svegliato quando siamo andati a nanna”.
Guardai Ermanno che beveva il suo caffè doppio e scorreva i titoli del giornale sull’iPhone.
“E non è caduto di sotto, ovviamente”.
“Siamo matti, mica scemi”.
Con Manlio si erano assicurati che la poltrona fosse ben ancorata, poi avevano ordinato al pirlone di tirargli un bicchiere d’acqua in faccia.
“Vedessi che faccia ha fatto il campione. Siete i soliti stronzi, stronzi, dio che stronzi! Ma come si fa ad avere degli amici così stronzi? urlava”.
Il resto del club si scompisciava dalle risate, Sfondrat aveva tirato fuori dal taschino della giacca un fazzoletto ricamato con il quale si asciugava le lacrime. Alla fine Erik, vedendoli piegati in due dal ridere, aveva riso anche lui e si erano salutati come al solito, da amiconi. Il club avrebbe ripreso le riunioni il primo venerdì di settembre, il tre.
“Non qui”.
“Non ricominciare, tesoro”.
“Tesoro un cazzo. Quando rientri dalla Sardegna, vai a stare dalla tua puttana. Siamo già d’accordo”.
“Siamo d’accordo e non urlare, ti prego. Ci sono gli schiavi di là”.
“Me ne fotto. È meglio che sappiano che gli scroti lessi vanno con le ventenni, qua in Italia. E non si vergognano neanche”.
“Ti prego, tesoro, ne abbiamo già discusso a sufficienza. Mi tolgo dai piedi, ok?”
Mi versai dell’altro caffè, ero calmissima. Sapevo che quella cretina di stagista l’avrebbe cornificato a sangue con i ragazzi della sua età, e gli avrebbe dato un calcio in culo appena assunta al giornale.
“Ti aspetto al varco, scroto lesso”.
Ermanno si alzò da tavola e sbuffando uscì dalla cucina. Lo guardai ciabattare verso le scale, i capelli brizzolati e radi ancora con il buco lasciato dal cuscino, i gomiti screpolati dall’età. Mi prese uno struggimento che mi fece salire le lacrime agli occhi, ma sopportai anche quell’ultimo confronto. Un sessantenne che si infatua di una ragazzina e per lei distrugge i rapporti più solidi che ha costruito nella vita è un imbecille, non c’è altro da dire. Ora rimaneva da stabilire per quale motivo io avevo costruito una famiglia con uno così. Mandai un whatsapp allo scroto lesso psichiatra: “Caffettino, caro Manlio? Ho un paio di questioni da porti”.
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