Racconto di Sara Abra Carrol Smersu

(Prima pubblicazione)

 

Avevo preso tutto? Sì, avevo preso tutto.

Tanto poi se dimentico lo spazzolino, lo compro, ho pensato. Penso -due euro, tre, cinque- cosa vuoi che sia? Il dentifricio? Uso il suo. Due notti e tre giorni bastano per riempire mezzo trolley. Bagaglio mezzo pieno, trolley mezzo vuoto per infilarci quello che comprerò, perché è certo che qualche cosa, per passare il tempo, per strappare il ricordo di quel tempo che passerà, comprerò. E il pigiama? Non serve, userò la t-shirt che ho addosso, l’ho messa bianca apposta, di solito la indosso nera, tutto nero, niente abbinamenti, e poi la roba dura di più, cioè dura meno perché si usura, ma per gli altri dura di più, è tutto così irriconoscibile. Ho preso tutto? Credo di sì. I soldi per il biglietto dell’autobus? E chi se li scorda quelli? Siamo andati sulla luna ma qui il biglietto, se vuoi farlo da seduto in poltrona, devi pagarlo con carta sonante. Dieci euro. Bene ce li ho. Ancora qualche minuto e poi volerò British, compagnia puntuale, efficiente, ti danno lo snack chiedono anche “dolce o salato?”.  Dolce, l’ultima volta l’aglio ha smesso dopo due giorni, con l’happy re turn mi fregano solo una volta a me. Ho detto dieci euro? Che idiota, è aumentato di tre, tredici euro per andare in aeroporto, un furto ma è comodo, ci arrivi davanti, e non devi ringraziare nessuno. Corro verso la biglietteria, la donna con la borsa a tracolla chiede informazioni, parla, interroga, ma se parto a quell’ora lì, e che coincidenza trovo, ma cosa mi conviene? Gli orari se li potrebbe leggere sul cartellone lì davanti, che pigrizia dio mio. – Mi scusi, devo fare il biglietto – lei si scansa senza troppa fatica, sudo, pago e corro guardando dritto il muso dell’autobus fermo sul piazzale. Io e la mia mania dei soldi contati, neanche avessi fatto la guerra. Io no, mia nonna sì, mi ha tirata su lei, vabbè mia madre lavorava. L’autista è basso e pelato, sembra felice e sta in piedi davanti alla porta chiusa. Mi avvicino, conferma che posso caricare il trolley su di sopra, che tra due minuti apre, che se voglio posso già consegnargli il biglietto. Lo strappa, gira davanti al mezzo, sale al posto di guida e apre. Mi piace stare seduta davanti, tutto quel vetrone che pare di essere sull’asfalto. Niente sedile, poggiatesta, capelli, un bel maniglione e l’orizzonte limpido per scrutare. Vicino al casello dell’autostrada rallentiamo, c’è una fermata, posto improbabile infrattato in zona industriale. Mi sfugge il senso, i manager prendono i mezzi pubblici? Sale un tizio. Uomo alto e magro. Faccia da commercialista, cinquantenne, un commercialista cinquantenne ma che pare più vecchio: occhiali, capelli biondi e dritti, un commercialista vestito da agente immobiliare. Camicia con doppia impuntura, scarpa stringata punta quadra, un trolley (sarà mezzo vuoto?), chiede il biglietto. Tredici euro risponde l’autista. Come, da quando? Eh, due mesi. Non li ho. Non può salire. Come? Eh, da due mesi. Io devo andare in aeroporto. Non so cosa dirle. Perdo l’aereo. Non so cosa dirle. Mi schiarisco la voce, senta, intervengo. Senta, ho dieci euro. Ecco sette euro di resto, dice l’autista. Il commercialista, mediatore immobiliare, dice che non sa come fare per restituirmi i tre euro. Bonifico? Scherza? Lasci stare. Se sapesse. Il commercialista mi passa di fianco, veramente brutta camicia, per il resto dai. Davvero un attimo arrivare in aeroporto, è da due mesi che hanno soppresso la fermata di Venezia, prima si arrivava in piazzale Roma, e poi si tornava indietro, certe volte non saliva nessuno, finalmente l’hanno capito che era quell’ inutile andare avanti per tornare indietro. Un bonifico, mi ha detto che mi poteva fare un bonifico, di sicuro è un agente immobiliare, e allora tra poco prima del varco, controllo bagagli, tablet, cellulare, cintura, un supplizio universale per dimostrare che non spaccio, che non voglio dirottare il volo. Berremo un bel caffè parlando di stima immobili, cedolare secca, affitti brevi, sono sul pezzo, lo stupirò. Arrivederci autista! Scendo i tre gradini, appoggio il mio trolley, mi giro, ma dov’è l’uomo del biglietto? Si era seduto in fondo, in fondo in fondo. Non c’è, è sgusciato via, un’ombra dileguata sotto i lampioni freddi dell’aeroporto, sotto il mio naso, ma guarda che stronzo di commercialista.