Racconto di Letizia Simioni
(Prima pubblicazione)
È il giorno zero. Quello limite. Capita in queste giornate, sempre più di frequente, che la grana spessa dell’aria di gennaio mi ricordi del sale. Mi appiccica le ciocche e piano affoga tutto quanto, come il finto mare di Venezia, che poi mi costringe a rientrare a casa.
Infatti ci torno e spalanco il portone. Ne potremo parlare a voce, quando avrai cognizione della comparsa. L’uscio sbatte su sé stesso, sopra agli stipiti che appaiono caldi: lo erano quella volta che mi ci sono chiusa dentro il dito e poi pulsava tutto per giorni. A me i lividi, le scottature, i graffi non passano tanto facilmente. Tutte queste cose mi capitano per frenesia, solo che ho la pelle che è un velo di cera, e ci si vedono attraverso le increspature, come bluastre onde infrante.
«Tu la devi smettere di sbattere le porte.» Mi accoglie il sussulto. È troppo forte, per chi ricerca solo voci amate e flebili ricordi. Per ora, la casa è uno schifo totale: da uno spicchio di corridoio, mi accorgo dei vestiti lanciati sopra alla doccia. La giacca pende dallo sportello trasparente semiaperto, e io odio vedere le maniche che strascicano giù, perché so che, se te le cavo, cadono a cascata dalle tasche tutti i documenti che hai dentro, e mi scanni. Se volessi impedirlo, però, mi toccherebbe frugarci dentro, infastidirti, e bagnarmi le punte delle dita con le carte impregnate dell’odore del fumo, e sporcarmi i palmi con la colla delle caramelle balsamiche. Non voglio litigare per delle stupide braccia di piumino, per un paio di liane oscillanti che vedo sbattere sulle gelide piastrelle del muro. Sottraggo lo sguardo. Torno a notare la tua presenza ingombrante nella stanza: togli l’aria, lo spazio ai pensieri e rimarchi solo quello che fa più comodo.
«Da che pulpito.» Scrollo le spalle.
«Che motivo c’è dietro a questa luna?».
E dire che pari calmo. Mentre io devo reinventarmi, come una distante, nuova, estranea al trattamento ricevuto negli scorsi giorni. La donna di oggi e non di domani. La donna di oggi e non di ieri. Tutte le volte, estranei.
«Non amo tornare a casa.» Ammetto. Ho le gambe stese dritte, ma il resto del corpo si rilassa.
«Ah, non ami tornare a casa. Certo.» La voce mi fa l’eco, ironica, concludendo in una smorfia: un bacio a mezz’aria, quasi.
«A te farebbe piacere tornare nel bordello? Ora vedo solo la giacca sulla doccia, non sono nemmeno andata a vedere il lavandino. Sono sicura che sarà un disastro, con tutto il pianale completamente sott’acqua.»
«Ma a chi è che la vuoi raccontare? La luna l’avevi ben prima di vedere il bagno.»
Chiedo il silenzio. Lasciami stare. Mi chiudo dentro a una stanza. In un mondo diverso.
Adesso ti faccio vedere. Non mi vedi più uscire. Scompaio. Divento un fantasma. Giro la chiave.
Getto la sedia di pelle sgualcita. Cade per terra, la pesto coi piedi. Io questa chiave, se voglio, la faccio sparire. «La chiave la butto.» Ammonisco.
Allora coi pugni squassi la porta, perché non sai più scuotere le emozioni degli altri.
Domandi ragioni, chiedi perché mai fuggire. Resisto alla tentazione di fare le scene: mi sento la protagonista di uno spettacolo, ma accetto di aprirti. Muovi gli occhi gonfi di chi vuole parlare ma non sa farlo prima di essere saturo.
«Ieri mi hai detto che avevi da fare.» Incalzo.
«Sì. E allora? Non hai mai impegni tu?»
«Ma perché me l’hai detto dopo che avevo già proposto di andare via assieme? Via, noi. Perché non le facciamo mai le cose?»
«E cos’è che dobbiamo fare? Alla fine era tutto prenotato.»
«No, non era prenotato. All’ultimo, si è liberato il posto. Ho tirato un sospiro di sollievo, ti ho detto che finalmente potevamo andare, e poi niente. Non so che mi aspetto. Resto sempre illusa. E perché il tempo ce l’hai sempre per qualcuno di diverso da me?»
«Il tempo l’ho ricavato perché non avevamo più da fare.»
«No, tu il tempo lo tiri fuori perché preferisci non stare qui. Sei sempre altrove.»
«Veramente, prima tu hai detto che non ami tornare in questa casa.»
«Mi pare evidente il motivo, perché quand’è che tocca a noi fare le cose?»
«Ma a noi rispetto a cosa?»
«Come rispetto a cosa, ma rispetto agli altri!»
Mi accusi. Penso ad apparire, non a essere. Replico che inventi nuovi modi per tirare fuori sempre le stesse menzogne. Quanto diciamo scorre sfocato nella mente, è una pellicola a zoom progressivo di cui conosco ogni scena. Non c’è copione, solo una trama a finale continuo, che si dirama in un solo filare, e non si districa, e non si conclude mai.
Allora mi chiami a tavola, perché è pronto. E tutto potrebbe accadere per sempre. Pure se litighiamo, se gridiamo nel nulla e rischiamo di affogarci, come nel mare finto di Venezia, mi prepari la cena. Mangio con il cucchiaio, ma con la forchetta raschio prima le croste del formaggio, sospese dentro al brodo, e infine tutta la fondina. È quello che fa morire.
Ogni giorno è il giorno zero. Ogni giorno è il giorno limite. Il margine, il confine. Vedo lo sportello trasparente su cui oscillano gli arti di gommapiuma, i rebbi che ammazzano il piatto, il sale che increspa. Mi immagino che il pianale di marmo del bagno, che non oso guardare, sia una tavolozza di acqua, odori e aromi tra la schiuma da barba, il rasoio lasciato aperto a metà e quel lago artificiale che crei per lavarti a pezzi.
Ma mangiamo lo stesso. Andiamo a dormire. Ci svegliamo, viviamo lo strascico come fossimo entrambi innocenti al patibolo. Mi fa incespicare, sentire che la pelle mi si è impigliata nella brina. Ma mi rende viva.
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