Racconto di Miriam Zabotto

(Seconda pubblicazione)

 

 

“E tu? Dimmi, tu cosa ti racconti per convincerti che ci sia ancora qualcosa di buono? Rispondimi! Cosa ti fai raccontare? Dimmelo quello che ti racconti!”.

Ernesto continuava a sentire nella testa la voce di Armando, che ripeteva quella frase all’ infinito e con una rabbia sotto che faceva paura. C’era stata una bella lite tra di loro, qualche giorno prima, proprio bella tosta. Nessuno dei due aveva chiesto scusa e, per la prima volta da quando si conoscevano, dopo la baruffa si erano lasciati senza salutarsi.

Il fatto era che Ernesto non sopportava più il cinismo e la negatività di Armando; era già difficile vivere in un mondo come quello in cui vivevano, non serviva metterci anche il carico da novanta della disillusione e della frustrazione.

A differenza di Armando, che si stava avviando ai settant’anni, Ernesto era giovane, non giovanissimo, ma comunque, abbastanza motivato e disposto a lottare.

Quel giorno, Ernesto, di ritorno dalla riunione settimanale del circolo, si era fermato a casa di Armando. Voleva condividere con lui il suo entusiasmo, finalmente dopo tanto parlare e progettare, tutti i compagni e le compagne avevano deciso di aderire e partecipare allo sciopero dei lavoratori del centro commerciale. Quel posto era diventato il simbolo delle nuove schiavitù, il peggio del capitalismo, la negazione del valore sociale del lavoro. Mesi di trattative estenuanti tra sindacati e proprietà, non erano riusciti a sbloccare una situazione che, ormai, era diventata disperata. Ernesto non era coinvolto direttamente, lui faceva il carpentiere e al centro commerciale non ci andava quasi mai. Nessuno del circolo in realtà lo era, la maggior parte faceva altri lavori, qualcuno era in pensione e qualcuno studiava ancora. Però la questione era al centro di ogni discussione, sia dentro al circolo che fuori, e per diversi mesi avevano ragionato su cosa sarebbe stato utile fare, senza trovare mai una soluzione condivisa da tutti. In ogni caso, rimaneva nella testa e nel cuore di molti degli iscritti, un’idea di mondo che doveva essere difesa e portata all’ esterno, tra la gente.

Finalmente, anche a causa di un improvviso inasprimento dei rapporti tra la proprietà e i lavoratori, al circolo era giunta la notizia di uno sciopero ed era logico che una scelta doveva essere fatta, e alla svelta.

La decisione era stata unanime e tutti erano ansiosi di contribuire alla riuscita dello sciopero. Ernesto era felice di poter fare la sua parte e aveva voluto correre subito da Armando per dirglielo.

Era stato proprio lui a far entrare Ernesto nel circolo, Armando era uno dei vecchi militanti, uno che aveva fatto tutte le battaglie sociali e civili del paese. Un paese che non era più quello di una volta, in cui egoismo e indifferenza regnavano un po’ ovunque e i vecchi come Armando soffrivano più di altri quello stato di cose. Ma Ernesto si aspettava che l’ amico dimostrasse un po’ più di entusiasmo, che almeno esprimesse una qualche soddisfazione. Aveva ascoltato in silenzio, continuando a tagliare le verdure per il minestrone, senza mai alzare lo sguardo dal tavolo della cucina. Nessuna espressione particolare era comparsa sul suo viso, neanche quando Ernesto gli aveva detto che anche i pezzi grossi del partito sarebbero arrivati da Roma, per espimere la loro solidarietà ai lavoratori.

“Ci pensi? Finalmente hanno capito che bisogna tornare in strada, con chi lavora, con le persone vere! Non basta andare in televisione e fare a chi grida più forte!” Ernesto era proprio esaltato, camminava avanti e indietro gesticolando, in un immaginario confronto con i capi. Solo dopo un po’, si era reso conto che Armando non aveva ancora detto una parola. Si era fermato davanti al vecchio amico e l’aveva guardato, stupito.

“Be’? Non dici niente? Come mai non dici niente?”. Ernesto era rimasto abbastanza sconcertato, non era un atteggiamento tipico di Armando. Era rimasto zitto, aspettando che il vecchio amico finisse il suo lavoro, seguendo i suoi movimenti lenti, un po’ stanchi.

“Sai, quando avevo più o meno la tua età, lavoravo in fabbrica, come te, e dopo il lavoro mi fermavo quasi sempre al circolo. Ero già sposato e spesso mia moglie mi veniva a cercare, quando era ora di cena. Perdevo il senso del tempo, si discuteva, si studiavano strategie e si litigava parecchio”.

Ernesto non aveva fiatato, aveva capito che Armando voleva dirgli qualcosa, qualcosa che doveva essere importante, per come la stava prendendo alla lontana.

“Quando tornavo in fabbrica, parlavo con i colleghi, soprattutto con quelli che non frequentavano il circolo. Discutevamo e litigavamo parecchio, anche lì. Non capitava quasi mai che qualcuno cambiasse le proprie opinioni, ma c’era sempre la voglia di esprimerle. Anzi, avevamo bisogno di farlo, per un senso di rispetto della cosiddetta democrazia. Molti di noi conoscevano, chi direttamente, chi attraverso le esperienze di altri, la mancanza della libertà di pensiero e di espressione. Perciò, tutti volevamo essere partecipi e condividere”.

Armando si era fermato, lo guardava in faccia, gli occhi severi e la bocca piegata all’ingiù. Ernesto aveva continuato a rimanere in silenzio ma si era sentito a disagio, come se stesse subendo un rimprovero.

“Già. Partecipazione e condivisione. Un giorno ci fu uno sciopero, in uno stabilimento vicino al nostro e anche noi uscimmo tutti, a dare una mano. Arrivarono i dirigenti del partito e quelli dei sindacati, eravamo centinaia e lo sciopero riuscì. Grandi parole, grandi pacche sulle spalle, tutti contenti. Per molti anni andammo bene, la lotta pagava e noi credevamo a tutto quello che ci dicevano i nostri capi”. A quel punto, il tono di voce di Armando era cambiato, aveva ripreso a parlare con rabbia, rancore.

“Lo sai, il resto della storia. Abbiamo parlato tante volte di come siamo arrivati a questo punto, perché vieni qui a dirmi queste cose? Cosa pensi che io debba dire? Sono stanco, Ernesto, sono stufo marcio dei bei discorsi. Cosa vuoi che me ne importi di chi verrà da Roma? Cosa vuoi che me ne importi dello sciopero? Tanto lo sappiamo cosa succederà: daranno quattro soldi a chi vorrà andarsene, chi resterà avrà un po’ di cassa integrazione e poi via, a casa!”,

Ernesto aveva provato ad obiettare, aveva dimostrato una fiducia nei lavoratori, e in tutti quelli che stavano lottando assieme a loro, che aveva fatto infuriare Armando ancora di più.

“Ma cosa dici? Non servirà a niente, non cambierà niente. Ci hanno tolto tutto, sono decenni che lo fanno, anche quelli che avrebbero dovuto impedirlo. Gli stessi che adesso spiegano che loro sono diversi. Loro stanno con la gente. Loro rappresentano chi lavora, i pensionati, i poveri, gli ultimi. Loro.”.

Il vecchio si era seduto, stremato. Ernesto però non voleva accettare quel punto di vista, aveva bisogno di continuare a credere che si poteva invertire la rotta e aveva cercato di convincere anche Armando.

“Dai, lo so che sei stanco e deluso ma mi hai insegnato tu a non mollare. E che il momento più difficile è quello in cui bisogna essere più determinati e più uniti, questa è una buona occasione!”. Si erano guardati negli occhi e avevano capito che nessuno dei due aveva, né avrebbe, convinto l’altro. Da quel momento in poi, la discussione era diventata un vero e proprio litigio, finché Ernesto aveva deciso di andarsene. L’ ultima parola l’aveva avuta Armando, dal pianerottolo gli aveva gridato quella frase che continuava a stargli in testa:

“E a te, cosa ti racconti? Cosa ti fai raccontare? Eh? Eh? Che ti raccontano?”.

Ma ormai era arrivato il giorno dello sciopero, Ernesto aveva raggiunto gli altri al circolo per prendere un po’ di bandiere rosse da portare in manifestazione. Non erano in molti, in realtà aveva pensato che sarebbero stati di più. Cominciava a farsi strada la delusione, qualcuno aveva annunciato che i pezzi grossi non sarebbero stati presenti, impegni più urgenti li avevano bloccati a Roma.

Davanti al centro commerciale si erano incontrati con un piccolo gruppetto di lavoratori, anche loro erano sembrati più smarriti che arrabbiati. Era una grigia e fredda giornata invernale in cui, tutti lo avevano capito, niente sarebbe successo.

Ernesto era rimasto in disparte, lo sguardo basso e la bandiera in mano, il freddo che gli mordeva le ossa e gli faceva bruciare gli occhi. Era rimasto a lungo così, finché qualcuno gli si era avvicinato e gli aveva toccato un braccio. Si era girato a fatica, non aveva nessuna voglia di parlare, quello sciopero era stato un fallimento e discuterne non poteva cambiare la situazione.

Ma, davanti a lui, si era materializzato Armando, il viso pieno di rughe e i suoi soliti occhi seri, teneva quella che sembrava una stola di pelliccia tra le mani.

“Tieni -gli aveva detto- mi pare che serva più a te che a me”. Ernesto aveva preso quello che gli aveva offerto il vecchio e se l’era messo in testa. Era il colbacco originale sovietico, di cui Armando andava fiero e che aveva indossato nelle occasioni importanti.

Si erano guardati, poi si erano stretti la mano ed Ernesto si era sentito un po’ meno solo e deluso. Guardando l’anziano amico andar via, aveva pensato che, forse, quella giornata non sarebbe stata del tutto uno schifo.