Racconto di Antonella Furlanetto
(Terza pubblicazione)
Stavamo passeggiando sull’incantevole percorso pedonale della Darsena di Rimini, alla sinistra del Porto, a San Giuliano Mare. Mia zia Laura amava quel posto, peraltro confortevole per chi, come lei, è costretto a camminare col deambulatore. A ottant’anni, due stent al cuore e altri acciacchi non aveva perso neppure un grammo di gioia di vivere.
La pavimentazione antiscivolo, il percorso largo e arginato da piante profumate, erbe aromatiche, palme, il mare così vicino da respirare aria salata erano un richiamo irresistibile.
Non potevo esimermi dal farle compagnia. Era la sorella di mia mamma e ancora, quando ne parlava, si commuoveva. L’ avevamo persa troppo presto, per un male inesorabile, e stare con me che, mi dicevano, le somigliavo per molti aspetti, la confortava. Così andavo a prenderla a casa, aspettavo si vestisse in quel modo ancora sbarazzino, calzasse con calma scarpe brutte ma comode, pettinasse i capelli ancora belli e forti, impeccabilmente tinti, con la mano un po’ tremula si passasse il rossetto sulle labbra ancora carnose, e pazientemente la facevo salire sulla mia macchina, caricavo il deambulatore e via, per la sua amata Darsena.
Mentre mi costringevo a camminare piano, lei poco distante da me, la vedo fermarsi di colpo. Verso di lei avanzava un tizio, alto, sulla settantina, che poi riconosco come il proprietario di Scarpe & co., il negozio dove lei comprava le sue brutte ma comode calzature.
La vedo sorridergli vistosamente, e vedo lui fermarsi a guardarla e salutarla con gentilezza.
Tutto quel che accade dopo mi lascia attonita.
Mia zia molla il deambulatore, abbraccia il tipo affettuosamente e – Ma come ti trovo bene, Felice. Hai un viso così disteso, sereno…sono proprio contenta di vederti così in salute. Ciao Felice, stammi bene e a presto! – liberandolo da quell’insolito abbraccio.
Lui, il tizio delle scarpe si allontana. Lei resta ferma lì, tutta entusiasta guardando il nulla.
Tre passi e la raggiungo – Ma perché l’hai chiamato Felice? Non si chiama Nino?
– Ma va là (tipica frase canzonatoria romagnola), era Felice, non l’hai visto? Il mio dottore da sempre. Era un po’ che non lo vedevo, so che era stato poco bene poverino. Si vede che si è ripreso, sta da Dio. Così luminoso, disteso, che gioia rivederlo così, pareva ringiovanito! –
Non sapevo cosa pensare, eppure avevo preso i miei integratori, non avevo capogiri e indossavo gli occhiali da vista. Era Nino di Scarpe & co., non avevo dubbi. E mia zia Laura non ne aveva a sua volta, per lei era Felice. Il dottor Felice Caimi che aveva curato lei e la sorella, sempre gentile e diligente, amico di lunga data.
Quel Felice che noi altri sapevamo in ospedale, in coma. – Ah, come vorrei invecchiare così…- continuava estasiata, felice come il suo Felice.
La passeggiata continuò in silenzio, con il sorriso stampato sul suo viso rugoso, illuminato dal sole e da gai pensieri e la camminata meno incerta del solito.
Ho pensato subito a un primo accenno di demenza senile, rattristandomi per lei. Ma non appena la guardavo venivo contagiata da quella beatitudine, quell’appagamento per aver visto il suo amico medico così sereno.
Tornammo a casa della zia e la lasciai che ancora sorrideva. Soddisfatta. Diversamente dalle altre volte in cui la nostalgia che scorgevo nei suoi occhi mi faceva sentire in colpa e non vedere l’ora di avere il tempo di riportarla di nuovo alla “sua” Darsena.
Appena sola chiamai mia cugina, sua figlia. Non potevo tenermi dentro tanta confusione, direi un’allegra confusione, pur se combinata a una certa inquietudine.
– Cristina, tutto bene oggi con la mamma alla Darsena, tranquilla…solo che, a un certo punto abbiamo incrociato Nino, il proprietario di Scarpe & co…
– Ah, Nino, quello che ha fatto i miliardi con quelle brutte scarpe. Beh? – m’interrompe.
– Si è fermata a salutarlo in modo affettuoso, tutta contenta…
– Ma strano, è un antipaticone quello lì! – mi ferma di nuovo.
– La cosa strana è che lo ha chiamato Felice, Felice il dottore. Gli ha fatto un sacco di complimenti, che era bello, sereno, luminoso. E poi è rimasta entusiasta di averlo incontrato e averlo visto così in salute. Le avevano detto stesse poco bene.
– Altro che “poco bene”! Il dottor Felice Caimi era in coma, da un po’, ma non l’abbiamo detto alla mamma perché erano amici e non volevamo rattristarla.
– In che senso “era” in coma?- le chiedo, mentre comincio a sentire un brivido pervadermi.
– Nel senso che non ce l’ha fatta, è mancato giusto qualche ora fa. L’ho appena letto su Facebook. Poverino, era così buono e gentile…
-Ah! Quindi lei avrebbe scambiato Nino lo scarparo per Felice il dottore mentre questi stava morendo? Non ti sembra strano, inquietante? – le chiedo, sforzandomi di emettere suoni comprensibili dalla mia bocca ormai priva di salivazione e del supporto della mandibola quasi in blocco.
-Ma va là…piuttosto mi pare sia ora di portarla da un geriatra. Questi sono i primi segni della demenza senile, l’ho letto su internet. Cominciano a vedere la gente morta, povera mamma.
– Mah, io non aggiungerei altri medici, Cristina. In fondo, dopo quel breve incontro tua mamma era felice, serena, e quando l’ho lasciata a casa l’ho vista, per la prima volta, entusiasta. L’importante è questo, no??
Cercavo di tranquillizzare lei, e me. Ma più ne parlavo, spiegavo i dettagli, ricostruivo la successione degli eventi, più il tremore lasciava spazio all’ emozione. E nascondevo la mia eccitazione per un evento così surreale, incredibile, e tuttavia confortante, almeno per me che ho sempre cercato di credere nell’al di là, di riconoscere i segnali di una vita oltre la morte.
Riuscii a strappare, a mia cugina, la promessa di aspettare almeno un’altra “crisi”, come l’aveva definita, prima di sottoporre mia zia, la mia zietta veggente, a un’ennesima visita specialistica. Chiusa la telefonata restai incantata, cercando di figurarmi cosa potesse aver visto, al posto di Nino. Quale immagine, messaggio l’avessero raggiunta, e perché.
Invidio un po’ la mia zietta per questo suo strano incontro; accompagnarla più spesso magari farà ritrovare qualcuno di insperato anche a me.
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