Racconto di Francesca Erriu Di Tucci

(Terza pubblicazione)

 

Quella sera aveva aperto la porta ma solo un poco, tanto da affacciarsi nella stanza. Era rientrato in casa dal lavoro e la casa era sottosopra. Lei non c’era, né in cucina né in bagno. Era corso verso la camera da letto, la porta era chiusa e lei parlava ad alta voce. Seduta sul letto col rosario tra le mani, cantilenava qualcosa di lontano e inconcepibile. Si era interrotta, il suo sguardo su di lui era strano, guardava come si guarda un estraneo. “Chiudi” disse “non vedi che sto pregando?”

Aveva riabbassato subito quello sguardo nemico sulle dita che scorrevano veloci il rosario e aveva continuato a parlare in tono concitato, quasi come discutendo con sé stessa. Lui aveva richiuso la porta, capendo che non l’avrebbe mai più potuta aprire.

Quella era stata la prima volta che l’aveva vista assente.

***

Tutto era bianco. Puntini bianchi si muovevano freneticamente intorno a lei, come non visti. Voci bianche sottili parlavano per non essere udite. Mani bianche candide sfioravano senza toccare. Occhi bianchi, dentro i quali l’iride nera ruotava, ruotava fino a formare un vortice che inghiottiva a poco a poco tutto il bianco intorno. Poi tornava in sé.

Erano momenti di totale alienazione. Viveva attimi che nemmeno lei avrebbe saputo rievocare.

Come definire ciò che accadeva quando a un tratto perdeva il senso della realtà, il corpo fluttuava in un’onda infinita, e quando si risvegliava aveva il volto bagnato di lacrime e il cuore le faceva male?

Certe volte camminava per le strade senza sapere perché. Passava davanti a un certo negozio, o al market. A una qualche casa conosciuta, ed ecco: doveva fermarsi e chiedersi perché era là. Rimaneva ferma così non si sa per quanto, mentre davanti ai suoi occhi la gente entrava e usciva, parlava, gridava, e lei non sapeva perché. Ogni tanto qualcosa o qualcuno – un nulla indistinto – le veniva in mente ma non sapeva né cosa né chi fosse.

***

Pioveva quel giorno. Non sapeva come mai, ma se lo ricordava. Forse perché lei gli era corsa incontro con i capelli quasi fradici, e subito si era riparata sotto il suo ombrello stringendogli il braccio con le mani gelide. Forse perché la sua sciarpa aveva odore di bagnato e ne aveva sentito la freschezza mentre gliela toglieva dal collo. Forse perché per strada avevano dovuto quasi urlare per sentirsi, sotto lo scroscio dell’acqua. O perché le sue risa nella stanza si intonavano così bene al picchiettio sui vetri. Forse perché nel salutarla si era dovuto asciugare gli occhi, e non si ricordava se era stata la pioggia a bagnarli…

E quando lei era salita sul tram, aveva scosso l’ombrello e poi l’aveva chiuso, perché finalmente aveva smesso.

***

La pioggia le dava fastidio. Tutto ormai le era insopportabile. Anche lui. Lui che aveva aperto la porta senza bussare prima. Lui che le dava tante preoccupazioni. Lui che era troppo timido a volte. Ma altre parlava troppo. Lui che non sapeva fare a meno di lei. Lui che al matrimonio non aveva invitato nessuno. Ma diceva di amarla. Lui e le sue parole al limite dell’incoerenza. L’aveva visto una volta piangere davanti a un film… Era un debole. Aveva visto le sue orme sulla sabbia. Cercava lei ma lei non si sarebbe fatta trovare.

***

Quella volta non aveva aperto la porta. Troppi sensi di colpa. Non voleva vederla di nuovo assente. Ma quella volta non si sentiva la sua voce e la porta era chiusa a chiave. Un uomo con la divisa aveva aperto e l’aveva fatto entrare. Lei stava lì, per terra. Le pastiglie sul comodino, sul tappeto, dappertutto, di ogni colore, di ogni forma. Le fotografie strappate sparse ovunque. Le coperte tirate giù fino al pavimento, la sua mano che cercava di aggrapparsi…  La sua sofferenza stesa per sempre accanto a lei, ma finalmente fuori di lei.

***

Le onde si sollevavano alte dalla riva e sommergevano tutti i bagnanti e le persone sulla spiaggia. Loro passeggiavano lenti e non facevano in tempo a scappare. Lui riusciva ad aggrapparsi ad un palo, e poi non la vedeva più. Tante persone sparivano calme sotto la marea, forse c’era anche lei. “Te la devi cavare da sola”, si diceva.

Ma quando si svegliava si sentiva in colpa.

 

–           Pronto?

–           Sono io.

–           Cos’è successo?

–           Non…

–           Cosa c’è?

–           È andata.

–           Via…?

–           Via. Stavolta non torna.

Dei nostri ricordi fanno parte il cielo di settembre e l’azzurro cristallino, le onde di sabbia e il vento del mare, gli alberi d’autunno e le farfalle cadenti. Parole non dette e pensieri sospesi. Il tuo sguardo buttato lì, a significare nulla. La piega delle tue labbra mentre dicevi addio.

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