Racconto di Valentina Riva

(Seconda pubblicazione)

 

«… ‘cause red winetastesbetter».

Con la guancia premuta sulla mia, soffia le parole direttamente nel mio orecchio, intanto che il suo braccio mi prende dalla parte bassa della schiena e mi spinge contro i suoi jeans pieni. Il suono è forte ma è così che lo voglio perché la musica è una culla. La musica è una colla e più è alta e più fa avvicinare.

In mezzo a tutta questa gente, ci si può stringere di più?

Il palmo delle mani non basta, allora faccio scivolare le mie dita tra le sue mentre assaporo sulla pelle il pizzicore della sua guancia ruvida che scende piano, pianissimo ma in una direzione certa: le mie labbra. E verso le sue, vanno le mie. Hanno una loro volontà, è la carne che le guida.

Ma la musica s’interrompe e la gente smette di ballare. Riesco a vederli tutti con l’angolo dell’occhio: trattengono un bicchiere in una mano mentre mi fissano con i lineamenti torti dal disgusto. Penso abbiano voglia di sputare; forse a terra, forse addosso a me. E a un solo centimetro dalla sua lingua, colo giù come una goccia di cera, fredda prima ancora che la fiamma finisca di bruciare.

Solo un minuto prima inseguivamo le parole delle canzoni guardandoci in faccia, mentre lo sguardo si addensava e faceva risalire il sangue in qualche parte remota della testa, come la luna sposta le masse d’acqua in un altrove indefinito.

Non c’è da pensare. Se non ora, quando? E invece.

La musica è tornata a pulsare sotto i miei piedi e la gente è tornata a ballare. Io dondolo e basta, nel vuoto che si è aperto tra la sua pancia e la mia. Lo saluto con un’ultima stretta. Fingo di non ricordare il suo nome ma ho solo voglia di sentirglielo pronunciare di nuovo. Lui lo ripete e aggiunge anche il mio, li unisce con una “and”. E questo è tutto.

Metto un piede davanti all’altro verso la fermata dei taxi. La pioggia è sottile, ogni goccia è un filo debole che mi si scioglie addosso e io lascio che mi lavi. Spero che spenga la brace rimasta a crepitare nel mio ventre ma spero invano.

Il taxi parte e le immagini iniziano a scorrere sul finestrino come pellicole di film diversi, tutti intitolati “Notte”. Ragazze vestite di brandelli di stoffa lucida saltano nelle pozzanghere con i loro sandali ingioiellati. Una di loro rovescia tutto il divertimento della serata all’angolo di un palazzo. Una, due, tre strade. Un ragazzo è in piedi appoggiato al muro, con un rivolo di sangue che gli riga un lato della faccia. Accanto a lui, due Guardai, davanti alla loro macchina accesa, che non smette di mescolare l’aria con il silenzio della luce rossa.

Il tassista impasta qualcosa sui giovani, le risse, la droga. Io, invece, con le mani vado avanti a cercare le chiavi che apriranno la porta quando sarò a casa; con la bocca mi trattengo nel presente a rispondere al tassista: «I agree», «Teenagers just don’tlisten»; ma con la mente resto a «… ‘cause red winetastesbetter». Mi interrogo sul tocco della sua lingua, mentre passo la mia sotto ai denti, sulle labbra, e cerco di richiamare il calore della sua mano tra i capelli. Frugo nella borsa e tiro fuori il cellulare. «Yes», «Sure», «Of course», rispondo a caso al tassista, che non smette di parlare, intanto che scandaglio gruppi vari, siti e contatti, in cerca di lui. Prendo due tasti con un solo dito, vado troppo di fretta e la ricerca ha bisogno di attenzione. Respiro, rallento e digito di nuovo: Séan. Ed eccolo qui. Semmai dovessi trovare abbastanza coraggio, saprei dove cercarlo. Per ora mi basta sapere questo.

Ma il suo odore torna a lambirmi la faccia, la sua forza sfacciata la sento ancora addosso e ancora più vicina, si muove su uno sfondo buio e isolato che invece di condurre al vuoto, conduce al pieno. «So, where do I go now?» potrebbe essere la seconda, o anche la terza volta che il tassista me lo chiede, ma per uscire da tutti gli strati dei miei veli scuri ci vuole tempo. Finalmente rispondo. Lui svolta a sinistra, di nuovo a destra, e si ferma. Alla mano tesa segue la sua faccia, poi lo sguardo nauseato. Porgo i soldi ed entro in casa; dopotutto, ho bisogno di pensare in pace, lontano da occhi punitivi.

Tolgo le scarpe, faccio piano piano. Apro la porta della camera solamente un po’: i bambini hanno preso la mia parte di letto, dormono accanto al padre. Dorme anche lui. Dio, quanto gli voglio bene. Mi serve tanta forza perché il loro sguardo addormentato brucia più di tutti. Fruste fatte di ciglia.

Accosto la porta e vado a chiudermi in bagno. Se la soddisfazione della voglia sfocia in espiazione, la voglia insoddisfatta risale correnti di rimpianti. Ora non mi interessa capire quale pena debba consumarmi, voglio solo trovare un modo per uscire da questa bolla claustrofobica, prima dell’implosione. Tiro giù jeans e slip, attorciglio il cordino intorno al dito e sfilo il tampone. Il sangue inizia a fluire, disegna linee vive lungo le cosce. Sfioro il mio petto, avvicino le dita lì dove il fiume vermiglio ha inizio. Ma la mancanza è nevralgica. La solitudine del freddo, il senso della pelle è assente. Contatto grado zero. Quelle che sbocciano dagli interstizi delle piastrelle sono magnolie bianche, scendono dalla doccia, riempiono la vasca. E io le sporco di rosso. Il sangue è femmina.

Ma questa specie di fame d’aria, la sento ancora in corpo. Mi rivesto e provo a sciogliermi in lacrime che, invece, rimangono bloccate negli occhi perché il mio pianto non può essere che d’inchiostro. Allora scendo in cucina, mi siedo e inizio a scrivere. Parto da:

«… ‘cause red winetastesbetter».