Racconto di Angela Potente
(Decima pubblicazione)
Se mai qualcuno dovesse chiedermi perché ho creato il mondo, potrei rispondere con sola una parola di quattro lettere: noia. Certo non me lo chiederà mai nessuno, sono altre le domande che le mie creature si pongono su di me di solito. Per esempio se esisto. Molti ne sono certi, e su questa certezza hanno fondato sistemi teorici e liturgie. Moltissimi sostengono invece che io sia un’invenzione, e anche loro su questa ipotesi hanno fondato altri sistemi. Per me tutte scuse per darsi addosso inutilmente. Ma se devo essere sincero, e visto chi sono devo esserlo necessariamente, i secondi sono più vicini alla verità di quanto credano. In effetti io sono un’invenzione. Un giorno, o una notte, senza preavviso alcuno ho inventato me stesso. E me ne sono stato per non so quante ere a crogiolarmi nel pensiero di essermi inventato. Ma poi ho iniziato a sentirmi solo e ad annoiarmi. Tanto. Troppo. Per superare quell’irritante monotonia decisi così di inventare qualcos’altro oltre me. Sono un soggetto pigro perciò mi concessi al massimo una settimana. Poi mi sarei riposato. Mi concentrai e senza quasi accorgermene mi ritrovai con un magnifico pianeta tra le mani. Però nonostante la sua bellezza mozzafiato – troppa persino per me che in tutta franchezza sono un tipo che non si stupisce più di tanto – gli mancava qualcosa. Un bel pianeta, sì, ma alla fin fine si trattava solo di un giocattolo che presto avrei lasciato da parte.
Dopo quasi sei giorni di lavoro, e per uno che non ha mai lavorato praticamente un record, sentivo che dovevo impegnarmi di più. L’elemento essenziale ancora non c’era. Ma dovevo fare in fretta, il tempo che mi ero concesso stava quasi per scadere. Mentre tenevo quella sfera verde e blu in bilico sull’indice facendola mulinare tra le stelle, pensate in precedenza per aver un po’ di luce, ebbi l’idea: potevo creare degli esseri a mia immagine e somiglianza. O almeno simili a me. Non volevo esagerare. Fermai il vorticare del globo – che per un pelo non persi in quella vastità oscura giocandoci – e ricominciai a pensare. Con intensità. Ma, sarà stata la stanchezza, la pigrizia, o sarà stato per tutte e due le ragioni, il risultato fu che mi ritrovai per le mani delle creaturine ribelli, irascibili, litigiose e iperattive. Avessero preso uno solo dei miei pregi. Solo i difetti. Già, mi somigliavano ma solo per il caratteraccio. Perdo spesso la pazienza lo ammetto. Un dettaglio irrilevante per me che sono tutto e racchiudo tutto. Ma per degli esserini tanto piccini un vero guaio e da quando li ho inventati mi danno un bel daffare. Una volta, mi fecero tanto incazzare che gli mandai un diluvio per spazzarli via. Però di quel gesto iracondo poi mi pentii e ne salvai qualcuno. Del resto non ritenni giusto che ci andassero di mezzo le mie altre creature.
Il problema è che, come ho già detto – sì mi ripeto spesso, sarà colpa dell’eternità – mi annoio facilmente e loro sono, e restano, il mio passatempo preferito. Troppo spesso rappresentano un grattacapo ma ora non saprei più fare a meno di loro. Nella loro imperfezione, sono per me lo spettacolo più emozionante. E io, come è risaputo, mi emoziono di rado.
Spesso mi diverto ad affacciarmi e a osservarli. Si sbattono, si agitano, si amano, si odiano. Qualcuno mi rivolge preghiere, qualcun altro mi nomina invano. Li capisco. In certe occasioni anche io mi nominerei invano. Ma tra tutti loro ne ho uno che amo in modo particolare. In verità questa non dovrebbe essere la mia storia ma la sua, come al solito mi sono allargato e ho preso spazio. Chiedo scusa signore e signori e lasciate che ora vi racconti la storia del mio pupillo, per il mondo conosciuto e oltre il signor Palomino, per me solo Agenore Palomino. Già quando ne pronuncio il nome rido fino alle lacrime.
Vi starete chiedendo la ragione di questa mia folle preferenza, perché proprio lui tra milioni e milioni di individui. Beh credo sia per il fatto che a differenza di ogni altro essere da me creato, Palomino crede di essere me. La perfezione in terra. L’assoluta perfezione. Non è adorabile già solo per questo?
Quarto di dieci figli, ma dimenticato dalla madre poco dopo la nascita perché già intenta a fare il quinto figlio, Palomino sin da poppante si convince d’esser tanto speciale da provvedere da sé ad ogni sua esigenza. Cresciuto sgomitando per affermare la propria esistenza, fonda il suo personale credo sulla propria persona. Quando io mi accorgo di lui ha fatto già in tempo a perdere tutti i capelli e ad acquisire un orgoglioso ventre in sostituzione. Un ometto di un metro e sessanta che però si crede un gigante. Terrore dei suoi vicini di casa, per l’eccessiva pedanteria applicata al rispetto di regole utili solo a lui, abita in uno stabile affollato di vita e lavora in un altrettanto affollato ufficio con la mansione di “Gran distributore di timbri e affini”. Per lui una carica pregiatissima per la quale ha lottato indefesso, senza sapere che bastava semplicemente chiedere e il posto glielo avrebbero offerto all’istante dato che veniva rifiutato persino dagli stagisti. È evidente che nella sua convinta onniscienza questo particolare deve essergli è sfuggito, ahilui troppo impegnato a salvare l’universo.
Vive solo. Ma per un suo preciso piano, si dice ogni mattina, non certo perché le donne non lo desiderino. Basti pensare alla signorina Irma del terzo piano che ogni volta che lo incontra gli fa mille moine mentre con il suo bastone bianco cerca di scansare le buche che il comune non si decide mai a riparare. L’incorruttibile Palomino non la considera e le sfugge prendendo il largo sulle sue gambine corte in direzione della fermata del tram sul quale sale, ogni volta, sprezzante del periglio e imponendosi con la sola forza delle sue manine che si attaccano ferree al sostegno esterno.
Durante il tragitto fino alla fermata fa comunque in tempo a dispensare fastidio, in ordine di apparizione, a due studentelli intenti a giocare a pallone, a cui impartisce lezioni non richieste di calcio; a tre anziane ferme al banco della frutta indecise su quali verdure prendere e alle quali spiega quali siano i migliori alimenti dal punto di vista nutrizionale; a otto operai edili a cui ritiene di dar dritte sul modo migliore di stendere il calcestruzzo, infine due vigili e quattro camionisti. Distribuisce consigli e perfezione sorridendo tra sé e sentendosi il re dell’universo, unico detentore di verità e illuminazione.
Il meglio poi lo riserva ai suoi, presunti, dipendenti. Guardandoli dall’alto in basso come fosse alto due metri e cinquanta e non meno della metà, offre la sua saggezza e i suoi pareri mai desiderati dai malcapitati, come fossero perle uniche e rare. Poi, con le braccine piegate dietro la schiena, se ne va scuotendo il capo: il mondo è chiaramente ancora troppo involuto per comprendere la sua grandezza.
Ora ditemi, un personaggio di tal fatta poteva, di grazia, mai sfuggire al mio sguardo onnicomprensivo? Giammai. E ho voluto dargli un premio.
Una domenica mattina come tante, mi è venuto in mente di andarlo a trovare.
Eccolo, in mutande e canotta a righe, a rimirarsi nello specchio mentre con una mano indolente si gratta l’adipe importante che ha sul ventre e con l’altra la nuca quasi nuda. Gli appaio all’improvviso. La sua immagine riflette la mia immagine.
Sbadiglia e io sbadiglio. Sorrido e lui mi fissa. Alzo un sopracciglio e lui mi fissa. Con la bocca aperta guarda la specchiera attonito. Gli faccio una smorfia e lui strabuzza gli occhietti cisposi.
Poi muovo le labbra:
«Ciao Palomino» dico sorridendo. Lui sobbalza e sbatte con le piccole spalle all’armadietto trascinandosi dietro un numero imprecisato di bottigliette.
Si porta una mano sul viso e lo strofina frenetico come a levare mille ragnatele. Poi balbetta:
«Chi… come… chi sei?»
Ed io, mentre sghignazzo:
«Sono Dio. Sono te.»
«Io…»
«Sì, sì proprio te. Agenore.»
Palomino per la prima volta nella sua vita non sa come replicare, e mentre cerca le parole il suo cervellino fa mille capriole tentando una spiegazione che non troverà mai.
Si piega sul lavabo cercando aria, ma non riesce, boccheggia, si gira, cade per terra. Nella sua infinita sapienza mai avrebbe pensato di andarsene così, una stupida domenica mattina, in mutande e canotta unta di sugo. Ma soprattutto senza avere uno straccio di parola da apporre sulla scena della sua fine. Lui che di parole ne ha sempre offerte senza che qualcuno ne reclamasse una sola, lui che adesso ne avrebbe tanto bisogno per se stesso, sente solo un balbettio infantile risuonargli in testa.
Ho già detto che mi sento solo in questo tempo senza tempo e in questo spazio senza spazio? Palomino ora è la mia compagnia. Il mio di premio.
Forse sono stato egoista.
Ma come dicevano in quel vecchio film: Nessuno è perfetto. Neanche Dio.
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