Racconto di Linda Vassallo
(Prima pubblicazione)
Mi chiamo Linda, ho 28 anni e ho appena scoperto che la vita è più semplice senza superpoteri.
Tutto è cominciato in ufficio, qualche giorno fa. Al mio arrivo, Marta, la tirocinante, mi aveva fatto trovare una crostata sulla scrivania insieme a una candelina.
«Hai fatto tutto tu?» le domandai stupita.
«La crostata l’ho fatta con le mie mani. La candelina è un souvenir del mio viaggio in Perù» spiegò. «Si chiama Vela de Suerte, si dice porti fortuna».
Le altre colleghe – Caterina e Silvia – scoprendo che era il mio compleanno, mi offrirono un sorriso angelico quanto falso, invitandomi ad accendere la candelina per esprimere un desiderio. Nei loro occhi, però, si leggeva chiaramente che avrebbero preferito tornare alle solite email noiose, invece di perdere tempo con quella messinscena. Mentre soffiavo, desideravo solo una cosa: sapere cosa pensavano davvero. L’istante dopo, ecco sopraggiungere un gran mal di testa.
«Ti porto dell’acqua?» mi chiese Marta, sinceramente preoccupata.
«Sì, ma diluita con l’arsenico!» tuonò la voce di Caterina.
Alzai la testa di scatto.
«Come scusa?» chiesi incredula.
Caterina stava scrivendo al computer. Mi ricambiò lo sguardo, era stranita.
«Hai detto qualcosa?» domandai.
Scosse la testa, rimettendosi a pestare sulla tastiera.
«Odiosa!» esclamò la voce di Silvia.
«Parli di me?» sbottai innervosita.
I nostri occhi si incrociarono. Silvia, a bocca aperta, mi fissava spaesata. Aveva la faccia di chi viene colto in flagrante sul luogo del crimine.
«Non ho parlato…»
«Torna la tensione!» sbottò Marta. «Silvia e Caterina davvero non sopportano di non essere più le preferite del capo»
Non potevo credere che avesse detto una cosa del genere davanti a tutti. Ancora più assurdo: l’avevo sentita parlare senza vederla muovere le labbra. Erano i suoi pensieri nella mia testa?
Quella sera tornai a casa in preda al panico. Guardai una decina di video YouTube in cui sedicenti esperti elencavano i sintomi della follia, poi chiamai in lacrime la mia psicologa e amica, Clarissa. Le raccontai tutto, chiedendole se stessi impazzendo. Lei mi disse di non saltare a conclusioni affrettate.
«Linda, ragiona:» mi tranquillizzò, «quanti pazzi conosci che hanno paura di essere pazzi?»
«Nessuno…»
«I matti credono di essere totalmente sani. Il solo fatto che tu mi abbia chiesto se stai impazzendo significa che non sta succedendo»
Aggiunse, poi, che poteva semplicemente trattarsi di stress.
«Grazie Clarissa, mi rassicuri con queste parole!» dissi a cuore più leggero.
«Io non starei tanto tranquilla sapendo di avere i sintomi della schizofrenia…»
Sgranai gli occhi.
«Schizofrenia? Hai appena detto che può essere stress!»
«Eh…schizofrenia?» ripeté. La sua voce suonò come un mix di sorpresa e preoccupazione. «N-non l’ho mai detto, vieni domani in studio… Buonanotte» disse tutto d’un fiato, quasi volesse scappare dalla conversazione.
«Clarissa…»
«Buonanotte, buonanotte!»
Rimasi nel silenzio, interrotto solo dai bip della chiamata riagganciata.
L’idea che fosse solo stress mi rassicurava. Eppure, c’era un’altra possibilità, quella che avevo creduto fin da subito: e se, per assurdo, avessi davvero sviluppato la capacità di leggere nel pensiero?
La mattina seguente arrivai in ufficio con le cuffie nelle orecchie. In playlist solo suoni della natura e canzoni zen: se era stress, dovevo rilassarmi; se invece avevo davvero il superpotere di leggere nella mente, allora meglio coprire i pensieri altrui prima che mi assalissero. In riunione con il capo, però, dovetti toglierle e assumere l’aria di una persona sana di mente.
«Abbiamo una sfida importante davanti a noi» esordì Mauro, il capo. «Questa riunione serve a decidere chi sarà la referente del progetto»
Un brivido mi percorse la schiena. Per quanto apprezzasse il mio lavoro, un incarico del genere – stando a quello che avevo carpito dai suoi pensieri – lo avrebbe affidato a Caterina, forte della sua esperienza.
«Dobbiamo organizzare un evento galattico per celebrare i vent’anni anni del nostro Gruppo a Torino»
Marta prendeva appunti; Silvia si nascondeva dietro l’agenda, come una studentessa che spera di non essere interrogata. Caterina, invece, mi fissava con uno sguardo combattivo. I suoi pensieri non lasciavano spazio a dubbi:
«Non ti basterà quel bel faccino per ottenere l’incarico!» avrei voluto risponderle: «Hai ragione, meglio la tua faccia da pesce bollito!»
«Sto aspettando le vostre idee galattiche!» incalzò Mauro con un sorriso ironico.
Io non ero brava a improvvisare: avevo bisogno di tempo per pensare e analizzare. Caterina, invece, sapeva il fatto suo. Pescava una vecchia idea, le dava una rinfrescata e la trasformava in un’intuizione brillante. Mentre lei già macinava ipotesi, nella mia testa c’era il vuoto. E anche in quelle di Marta e Silvia: limpide come un cielo sereno.
«Potrei proporre un evento nella Mole, simbolo di Torino» pensò Caterina. «Con i miei contatti sarebbe facilissimo organizzarlo!»
Geniale.
«Ho un’idea!» dissi di colpo. «Un evento nella Mole, ho i contatti giusti!»
Mauro mi lanciò uno sguardo rapido, portandosi la mano alla bocca, e annuì.
«Ha i contatti… interessante!» pensò. Poi disse: «Linda, credo tu sia pronta per questa sfida. Butta giù un progetto».
Ero stata scelta. La rabbia di Caterina mi colpì come una fucilata: insulti e minacce mentali mi attraversarono la testa. Stava già firmando il suo piano di vendetta, con tanto di omicidio per strangolamento. Eppure, nonostante la paura, ero felice. Non avevo mai lavorato a un progetto così grande, ma spiando la sua mente avrei trovato tutte le dritte per far colpo sul capo.
«Un’ultima cosa» aggiunse Mauro. «Stamattina ho visto delle formiche in giro, attirate da questa».
Girava tra le dita la candelina del giorno prima, ancora sporca di briciole.
«Per favore, niente cibo in ufficio» disse, prima di spezzarla e lanciarla nel cestino come fosse una palla da basket.
In quel momento, un dolore improvviso mi esplose in testa.
Tolsi le cuffie. La musica zen sfumò, lasciando spazio al silenzio dello studio. Davanti a me, seduta nella sua solita poltroncina, Clarissa mi osservava. Occhi indecifrabili. Nessun pensiero affiorava. Era la prima volta che teneva in mano il blocchetto per gli appunti: di solito ci confrontavamo più come amiche che come terapeuta e paziente.
«Insomma, Linda, raccontami: come stai oggi? Senti ancora le voci?» chiese.
«Te l’ho detto: sono i pensieri delle persone!» ribattei stizzita.
Annotò qualcosa.
«Scommettiamo che non puoi sentire i miei pensieri?» disse, portando la penna tra le labbra. «Ora sto pensando una frase, voglio che tu me la ripeta»
Nulla, neanche un flebile sussurro, sfiorava la mia mente.
«È un test, vero?» chiesi. «Ovvio, non stai pensando a niente!»
Lei inarcò le sopracciglia e sorrise, soddisfatta. Capii subito: stava davvero pensando a qualcosa. Qualcosa che io, per la prima volta, non avevo percepito.
«E ora come faccio a sorprendere il capo?!» sbottai, portandomi le mani alla testa.
Il sorriso di Clarissa si spense. Sembrava preoccupata.
«È un disastro, un disastro!» ripetei, alzandomi e iniziando a camminare nervosamente. «La candelina… Suerte de qualcosa…»
«Linda, stai delirando!» mi interruppe.
Clarissa aveva già riempito una pagina intera di appunti.
«Ho ottenuto il potere soffiando la candelina e l’ho perso quando il capo l’ha rotta! Devo ripararla!»
Feci per uscire, ma lei mi fermò con voce tremante.
«I-in questo stato potresti fare qualsiasi pazzia. Prenditi qualche giorno di pausa, Linda!»
Non poteva capire. Non ero pazza. Ero solo… rovinata! Me ne andai, senza più voltarmi.
Il mattino seguente arrivai in ufficio in anticipo di qualche minuto, con il preciso piano di rovistare tra la spazzatura per cercare la candelina. Eppure, frugando tra le cartacce e le bucce di banana del giorno precedente, non riuscii a trovarla da nessuna parte. Dove poteva essere finita?
«Cercavi questa?»
Alle mie spalle, una voce familiare spezzò il silenzio. Mi voltai: Caterina, con aria beffarda, mi guardava dallo stipite della porta. Sul suo volto, un sorriso accennato. Tra le mani, il mio “tesoro”. La candelina era intatta, riparata con il nastro adesivo. Brutta stronza – pensai – hai capito tutto, vero?
«Vero, te lo confermo!» rispose. «La brutta stronza in questione ha capito il trucchetto!»
Con una risata degna di Crudelia De Mon, riempì l’intero ufficio della sua voce fastidiosa. Poi, proprio come farebbe l’antagonista del miglior film Disney, iniziò a spiegare:
«Quando hai rubato l’idea del progetto, ho capito che leggevi nel pensiero. Ho scoperto che la candelina si chiama Vela de Suerte ed è un amuleto del Sud America. Esaudisce un desiderio, ma se non si spegne da sola… continua a funzionare», girò la candelina tra le dita e continuò: «La Vela è imprevedibile, ma quando si attiva… boom!» disse, mimando lo scoppio con le mani. «Spiacente, tesoro, ora sono io quella che legge il pensiero!»
«Fammi capire: trovi una candelina magica e, invece di chiedere ricchezza, potere o la pace nel mondo, la usi solo per spiare i miei pensieri?».
La mia mente partorì subito una frase chiara: che idiota! Lo lessi nel suo sguardo: ad attraversarla fu un attimo di ripensamento e rammarico. Ma non dovevo perdere tempo. Quella candelina doveva tornare a me. Impulsiva, mi fiondai su Caterina per riprenderla.
«Dammela!» sibilai.
Lei afferrò la mia coda di cavallo, tirandola indietro.
«Volevi rubarmi il progetto, eh?» ringhiò.
La strattonai con forza, facendo cadere la candelina. Mi lanciai su di essa e Caterina replicò. Finimmo a terra come due vermi che si contendono il cibo, ma, d’un tratto, una voce ci riportò alla realtà:
«Che diavolo state facendo?»
Era il capo. Dietro di me una scena surreale: Silvia, Marta, Mauro… Clarissa… e un poliziotto!?
«Quale delle due è la schizofrenica?» chiese il poliziotto rivolgendosi a Clarissa.
«Quella che stringe la candelina come se fosse il sacro Graal!» rispose lei.
«E l’altra? Non mi sembra messa meglio, eh?».
E così, mentre Caterina e io salivamo sulla volante della polizia, stringevo la candelina tra le mani, come Gollum con l’anello. Clarissa era davanti, Caterina accanto a me, in lacrime per l’imbarazzo. Dal retrovisore vedevo il capo, Marta e Silvia che ci guardavano interdetti. Chissà cosa pensavano: forse si chiedevano come due colleghe brillanti potessero essere impazzite all’improvviso, o forse riflettevano sulla fragilità della mente umana, citando scrittori, poeti e filosofi: la follia, mio signore se ne va passeggiando per il mondo e non c’è luogo dove non risplenda – scriveva un famoso drammaturgo inglese.
Poi, proprio quando il silenzio si fece quasi solenne, arrivò quella voce. Secca. Sconsolata.
«Cazzo… ora il progetto passa a me».
Era Silvia.
Nella mia testa.
E no, non stava citando Shakespeare.
Bel racconto. L’ho letto con piacere. Complimenti.