Racconto di Francesco Marchese
(Seconda pubblicazione)
Fa caldo.
In casa c’è silenzio: donne che aspettano, odore di ragù, lacrime sospese di mia madre, singhiozzi della nonna. Il ronzare sordo di un moscone, il telefono muto, le tende che s’agitano d’ombra e di luce, il rumore asfissiante delle cicale.
Mio padre s’è addormentato.
Io esco.
La chiesa è in completo abbandono. Per entrare bisogna aprire la porta fuori piombo che latra rabbiosa su cardini arrugginiti, poi camminare su un pavimento in discesa che dà le vertigini.
Il gesso alla gamba mi dà qualche difficoltà ma conosco quel posto, ci vengo spesso, stavolta solo per un momento, poi correrò via.
“Si tocca e si scappa” dice sempre mio padre. Non so bene a cosa si riferisca.
I muri sono rugosi, hanno la faccia di un vecchio marinaio che non è mai sceso a terra. Nel cielo affrescato di celeste un passero vola sicuro sotto l’ala di un’aquila.
Il Santo ha una crepa profonda che lo separa dal cane.
Il cane sembra vivo, esce dal muro con quella sua lingua penzoloni, ha il pelo roso dalla scabbia. “Come sta tuo padre?” mi chiede.
“Dorme” rispondo.
“È venuto a trovarmi qualche giorno fa.”
“Non è possibile, lui non esce più di casa”, gli dico.
“Mi ha chiesto perché deve perdere tempo.”
“In che senso?”
“Perché deve perdere tempo a pensare a come evitare di provare dispiacere davanti a un bicchiere di vino che non può più bere.”
“E tu?”
“Gli ho detto come fare.”
“Cioè?”
“Fare come se avesse bevuto.”
“Questo è prendere in giro”, dico al cane.
“Quando ti addormenti non c’è differenza tra quello che vuoi essere e quello che vuoi apparire.”
Si è appena accesa, d’improvviso, una candelina proprio sotto il Santo ma a ben vedere illumina più il muso del cane. Sembra quasi ravvivare la sua lingua, faccio per toccarla ma si ritrae.
Anche il passero nel cielo sembra avvicinarsi un po’ troppo agli artigli dell’aquila.
“Posso accarezzarti?”
“Ho le pulci.”
D’un tratto la fiammella della candela comincia a ondeggiare per colpa del vento tiepido che si è infilato tra le assi del portone, ha fatto qualche giravolta su sé stesso e l’ha solleticata fino a farla tremare.
“Mi sono distratto, dove eravamo?”, mi chiede il cane.
“Parlavi del fatto che spesso non sappiamo chi siamo.”
“È scritto tutto nei libri. Vuoi un libro da leggere?”
“Ce l’ho già un libro da leggere.”
“Ti piace?”
“Mi annoia.”
“E?”
“Mi addormento.”
“Vedrai che andrà tutto bene,” mi rassicura il cane.
“Me lo dice anche mia madre.”
“Salutamela.”
“Che devo dirle?”
“Quello che ti pare ma non la verità.”
La verità è che ho sentito il frullo del passero. È sembrato volesse uscire dalla parete ma l’ala dell’aquila, che gli sta sopra, si è mossa di quel tanto da attraversare una crepa nel muro, e quel rapace è rimasto come ferito, impigliato, incapace di muoversi.
“A proposito”, dico al cane.
“Sì?”
“Dobbiamo ripassare la legge della gravità.”
“Cos’è che non hai capito?”
“Ho capito che è una forza troppo potente per essere contrastata.”
“Eppure te l’avevo detto.”
“Mi avevi detto che buttandomi dal balcone, prima di toccare terra bastava fare un contro salto per atterrare dolcemente.”
“E tu l’hai fatto?”
“Certo.”
“E che è successo?”
“Mi sono rotta una gamba.”
“Per fortuna è il primo piano.”
“Forse è meglio se torno a casa.”
“Forse è meglio che me ne sto qua dentro al muro”, mi dice il cane.
“Ho deciso che non vengo più.”
“Lo so.”
“Come lo sai?”
“Stai crescendo”, mi dice il cane.
A ottant’anni ho ancora una leggera zoppia, non si nota troppo perché metto una soletta nella scarpa sinistra. M’è rimasta da quando avevo dieci anni, che stupida che ero, una bimba davvero stupida. Credevo che se avessi fatto un contro salto cadendo dal balcone di casa avrei sfidato e vinto la legge di gravità. E per di più credevo che me l’avesse suggerito un cane che parlava. Credevo che i genitori non potessero morire. E invece mio padre è morto quel pomeriggio. Ho aspettato che mia madre e mia nonna si svegliassero, non le ho chiamate subito, volevo stare sola con lui. Poi sono uscita di nuovo. Faceva caldo e pioveva, o almeno così a me sembrava e invece erano le mie lacrime che mi bagnavano il viso. Credevo che l’odore del ragù l’avrei sentito per sempre. E che il caldo a volte ti fa addormentare e ti fa sognare. O forse sono i libri noiosi che ti fanno addormentare e credere di sognare di parlare con un cane pulcioso. Credevo che un passero fosse protetto se si nascondeva sotto l’ala dell’aquila. Credevo che mio padre avesse ragione quando diceva che la vita si tocca a malapena, ma poi scappa via. Ma questo lo credo ancora.
Credevo a tante cose quell’estate di mille anni fa.
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