Racconto di Maurizio Laurenti
(Seconda pubblicazione)
L’appuntamento era fissato alle diciannove a casa della madre di Massimo come la maggior parte delle volte in cui ci riunivamo per le nostre interminabili partite a Risiko. Questa volta, però, non era in programma nessuna sfida militare per il controllo dell’obiettivo strategico: nessuno scontro di carri armati tozzi e colorati, le bandierine erano già state messe da altri, conficcate ai quattro lati di un terreno da conquistare in una contesa sportiva che si sarebbe svolta in serata.
Katia era qui con me nella mia stanza, cercavamo di studiare per un esame tecnico universitario; cercavamo appunto, visto che lo studio poco aveva a che fare con i nostri caratteri liberi e ribelli. L’avevo conosciuta anni prima al liceo Artistico. Non era una mia compagna di classe ma frequentava lo stesso istituto. Quando la vidi, sentii come un fremito lungo tutta la schiena. Mi colpirono i suoi occhi, verde mare, incastonati come smeraldi sotto una cascata di riccioli castani. Nei giorni seguenti all’incontro seppi di una notizia che mi lasciò con il cuore infranto: “Katia, aveva una cotta per un altro!”. Non di uno qualunque ma uno dei miei migliori amici, quello con cui uscivo, studiavo e suonavo la chitarra, oltretutto compagno di classe. Una cosa comunque era certa, a lui di Katia non gliene fregava nulla. Gli anni sono passati e Katia è ancora qui al mio fianco: intelligente, creativa, di una bellezza eccessiva. Ahimè anche tremendamente gelosa e possessiva. Neanche fossi Adone, una tragedia.
<<Katia è ora di andare, sono le sei e…>>
<<forza alzati, Massimo e Simona ci aspettano e ci vuole del tempo per arrivare a Cinecittà, dai per favore ti vuoi alzare! Ma stai dormendo?>>
<<Mi senti…>>
<<Con questo Walkman e le cuffie conficcate nelle orecchie non sentirebbe neanche una bomba, mannaggia a me e al mio regalo di Natale con annesse le compilation di musicassette da ascoltare che gli faccio>>. Borbottai nel dirigermi verso di lei. Era distesa sul letto a pancia all’aria, le tolsi le cuffie con fare deciso iniziando a scuoterla con delicatezza, una due volte. Come d’incanto gli occhi si aprirono di scatto e lei sorpresa e confusa, uscendo dal suo torpore musicale esclamò: <<Che succede? Chi è?>>.
<<Nulla non ti preoccupare sono io, alzati che dobbiamo uscire, di corsa, altrimenti arriviamo tardi all’appuntamento. Guardando dalla finestra ho notato che c’è un traffico mostruoso causato dall’avvicinarsi dell’evento di stasera. Lo sai che probabilmente non accadrà mai più un avvenimento del genere nella città di Roma?>>.
<<Seee… manco fosse l’invasione degli Alieni sulla Terra>>. Mi interruppe bruscamente Katia sorridendo.
<<Se non interessa a te che sei emotivamente coinvolta pensa a me che neanche tocca di striscio, anzi…>> Risposi troncando la frase. Un quarto d’ora dopo uscimmo dall’abitazione alla ricerca dell’automobile parcheggiata chissà dove nel primo spazio disponibile.
<<dove ca..o l’hai messa la 126!>>
<<E chi si ricorda qui, la parcheggi nel primo buco libero che trovi. Al ritorno ieri sera ero così stanco dopo averti accompagnato a casa al “laurentino” che non ho memorizzato dove caspita l’ho messa. Forse nelle vie adiacenti, siamo al centro di Roma lo sai no! Mica ai confini della realtà dove vivi tu. A San Giovanni, o paghi un garage, oppure ti arrangi con quel che trovi e dove lo trovi. Roma è grande ma non è una città costruita per le automobili, la chiamano non per nulla la città eterna e…>>
<<Sì, sì eterna di problemi>> tagliò corto Katia.
<<Hai ragione i problemi sono tanti e di difficile soluzione. Ricordo un bravo sindaco che si dava da fare per risolverli, ma è morto tre anni fa, all’improvviso sul palco elettorale durante un comizio. Ancora oggi è ricordato con grande stima dalla cittadinanza, chissà forse nel futuro gli dedicheranno una via nella città>>.
<<Eccola! L’ho trovata finalmente, l’avevo parcheggiata di fronte alla caserma di Pubblica sicurezza. Sali che siamo già in ritardo ci toccherà battere il record della pista per arrivare puntuali. >>
Mezz’ora dopo.
La voce gracchiante che usciva dal citofono malandato era talmente bassa che occorreva poggiare l’orecchio su di esso per ascoltarla.
<<Sii… chi è!>>
<<Buonasera signora, siamo noi Mauro e Katia>>.
Un fischio acuto e penetrante interrompe la conversazione e subito dopo il portone d’ingresso si apre scattando all’indietro. In cima al pianerottolo sull’uscio ci attende Simona, frizzante e gioviale come sempre. Saliamo le scale di corsa, l’orologio al polso indica le sette e mezzo, ben trenta minuti di ritardo. Comunque ancora in tempo, visto che l’evento sarebbe iniziato tra poco.
<<Massimo e Giacomo sono andati a prendere la pizza al taglio, i supplì e le crocchette di patate, torneranno a breve. Noi nel frattempo prepariamo una tavola di fortuna con i piatti e le bibite al centro della stanza che loro si dividono da buoni fratelli>> disse Simona al varcare dell’uscio. Velocemente ma con cura il tutto fu predisposto fino all’ultima sedia e, proprio in quel momento con perfetta sincronia nei tempi ecco arrivare i due con i viveri.
Massimo, un ragazzone alto con le spalle larghe, capelli tendenti al biondiccio e una voce forte, quasi baritonale. Lo avevo conosciuto anni prima rispondendo a un annuncio sul giornale “Porta Portese”, per via della passione nascente per l’informatica. Ci scambiavamo riviste, programmi per Home computer. Mente egregia, fine matematico ma non solo, era anche programmatore in una grande azienda. Da questa passione per l’informatica, era nata un’amicizia fatta di stima e rispetto con due menti diverse: una come detto logica e matematica la sua, ed una tendente al commercio e gli affari la mia.
L’attesa finalmente è finita. È l’ora fatidica sono le 20,15 di mercoledì 30 maggio 1984, giornata storica per la Roma e i suoi tifosi. Va in scena un evento unico e, forse, unico nel suo genere e nella forma. La finale della Coppa dei Campioni di calcio nello scenario dello stadio Olimpico di Roma. Scendono in campo la Roma e il Liverpool. Siamo davanti al piccolo televisore posto sopra alla scrivania. La tensione si taglia con il coltello, pizza in mano e occhi puntati fissi, quasi ipnotizzati da quel piccolo elettrodomestico che irradia nella stanza, suoni voci e colori.
Inizia la disputa, pochi minuti di conoscenza fra le due squadre ed ecco il Liverpool che passa in vantaggio. Un fragoroso no di disappunto misto a dispiacere spezza il religioso silenzio della stanza, lo sconforto s’impadronisce di noi. Massimo accenna una smorfia sul viso, si gira dal lato di Giacomo e gli dice: <<hai visto come ha rinviato la palla? Gliela ha messa sui piedi pronta per buttarla in rete… cominciamo male>>. Simona sbuffa e guarda in faccia Katia che alza gli occhi al cielo e fa spallucce. Io rimango immobile e continuo a guardare la partita, c’è tanto tempo ancora da giocare tutto potrebbe ancora cambiare. Nel finale del primo tempo lo sperato pareggio. L’urlo di liberazione da quell’angoscia che attanagliava l’anima si sentì in tutto il quartiere, così forte che per un attimo i vetri delle finestre aperte per il caldo afoso vibrarono. I nostri visi s’illuminarono e come per incanto tornarono a essere distesi e rilassati. Finalmente si poteva anche proferire parola tra di noi e intonare cori di incoraggiamento a squarciagola. Basta poco a togliere la tensione, UN GOL.
Il secondo tempo scorre veloce con poche azioni degne di nota da parte delle due squadre, noi sempre con la speranza di un nuovo gol romanista che non arriva mai. Si passa ai tempi supplementari che scivolano via leggeri, trenta minuti di scaramucce, qualche sparuto sussulto romanista ma nulla di che. Si passa alla lotteria dei calci di rigori, la preoccupazione e la tensione aumentano sui nostri volti. Io sono l’unico a rimanere sereno, quasi distaccato. La Roma, alla fine, ne esce sconfitta, a causa di due rigori sbagliati dai suoi migliori giocatori.
Fuori nella strada calava la notte ma dentro la stanza, calava un sipario ancora più scuro fatto di sofferenza e rassegnazione.
Che impressione al fischio finale. Ho visto i miei amici scoppiare in lacrime singhiozzando in ginocchio totalmente presi dalla disperazione. Cercavo di rincuorarli stringendoli a uno a uno con frasi di circostanza: “Dai non finisce mica il mondo”, “Ci sarà una nuova occasione, forza>”, “Tiratevi su la vita continua”.
Nulla, ogni tentativo era vano, nessuna risposta solo lacrime che si mescolavano al rimmel lasciando scie nere e calde sui visi di Katia e Simona.
Sì, la vita sarebbe continuata come sempre ma la “Ragnatela del Barone” e i “sogni di coppe dei campioni” finivano quella magica notte.
Anche se il sogno finiva lì, in quella serata afosa di maggio, la stanza andava ripulita e sistemata, tutti ci adoperammo: chi toglieva gli avanzi del cibo, chi i piatti sporchi e le lattine gettandoli in un sacco della spazzatura, chi toglieva il tavolo e le sedie riponendoli dove erano stati tolti, io spazzavo in terra. Ognuno di noi iniziò come un automa a fare la sua parte senza parlare, non c’era nulla da dire, rimaneva solo un nodo alla gola e la morte nel cuore.
La tensione si ruppe al suono del citofono gracchiante, era il padre di Katia che veniva a prenderla per riportarla a casa.
Anch’io salutai i miei amici affranti e con gli occhi ancora rossi. Si stava facendo tardi mi aspettava una mezz’ora di viaggio per il ritorno alla mia abitazione. Scesi le scale e uscii dall’androne. La strada era completamente deserta, altro che feste programmate al Circo Massimo. M’incamminai verso la macchina con la camicia ancora bagnata dalle lacrime e macchiata di rimmel. La macchina era lì a due passi. Aperto lo sportello di guida il mio occhio, si soffermò, un istante, verso lo specchietto retrovisore da cui penzolava in bella vista il “Gagliardetto” della Lazio. Lo staccai immediatamente in segno di solidarietà sportiva. Misi in moto e me ne andai.
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