Racconto di Lucia De Bortoli

(Prima pubblicazione – 10 maggio 2019)

 

Non ricordo di aver avuto mai paura del buio da bambina. Con raziocinio capivo che gli oggetti erano gli stessi immobili materiali che vedevo sia con la luce accesa sia spenta.

Con il passare degli anni mi piaceva, mi dava un senso di sicurezza e padronanza. Camminare tra l’oscurità in casa significava conoscere l’ambiente ed avere il controllo di qualsiasi angolo, saper scansare ogni spigolo ed evitare gli ostacoli. Ed ero al sicuro.

Nei fine settimana d’estate i miei genitori solitamente andavano via e mia sorella ed io rimanevamo sole a casa. Avevamo 19 anni io e 24 lei.

Le finestre erano aperte, le persiane lasciate un po’ aperte per far circolare l’aria. Mia sorella sempre terrorizzata dal buio incontrollato chiudeva la porta a chiave della camera. «Se qualcuno entra» diceva «almeno non viene qui». Mentre io facevo sonni tranquilli, lei trascorreva quasi tutta le ore allerta.

Quella volta fu diverso.

Era notte fonda e senza motivo, senza alcun rumore, aprii gli occhi. Vidi mia sorella di spalle, immobile, seduta sul letto che fissava la porta della camera.

Nessun fiato, nessun rumore.

Nel silenzio più totale la maniglia si abbassò. Era chiusa a chiave. Rimanemmo ferme.

Nessun fiato, nessun rumore.

Aspettammo non so quanto tempo. Con le orecchie tese tentammo di percepire ogni piccolo passo o fiato. Nulla. Dopo attimi lunghissimi, mia sorella cercò il mio sguardo. Ci muoveremo lentamente vicino alla porta. Nulla.

Presi una matita comperata nelle bancarelle durante una gita, quelle lunghe trenta centimetri e grosse uno. Poteva essere un’arma in quel momento. Aprimmo la porta e corremmo. Ci precipitammo giù dalle scale, in magazzino, io aprii il portone del garage, mia sorella mise in moto l’auto, uscii, chiusi il garage e andammo via.

Erano le 2:00 di notte.

Scappai da casa mia.

Dopo quella volta ho sognato spesso di camminare al buio dentro casa e mentre allungavo la mano per accendere la luce toccavo ditta sconosciute.

Per molti anni ho sognato.

La mia casa non era più sicura.

Poi il raziocinio di quando ero bambina mi ha aiutata a non avere paura, non abituarmi alle mie stesse paure.

Mi sono fatta violenza.

Ho iniziato di nuovo a camminare al buio, una stanza alla volta, pochi minuti ogni volta.

Ora conosco casa mia, ora conosco ancora me stessa.