Racconto di Rossana Carta

(Prima pubblicazione)

 

È successo tutto così in fretta, ho un ricordo confuso.

Sospetto di aver perso il controllo. Davanti a me c’è uno specchio fissato al muro dove vedo riflessa solo una mantella nera appoggiata a qualcosa che potrebbe assomigliare a una sagoma umana, però senza test. Lungo la mantella scorrono rivoli di un liquido spesso, rosso cupo, sangue insomma, mentre ai lati spuntano i braccioli di una poltrona da parrucchiere. Dietro c’è una ragazza mora, carina, con occhi e labbra molto truccati. Mi fissa con aria sbalordita, vestita con un grembiule nero dalla profonda scollatura che assomiglia a una graziosa divisa.

Luci implacabili provenienti da faretti piazzati sullo specchio, sulle pareti e sul soffitto mi accecano e mi impediscono di concentrarmi.

Scorgo vicino a me, riversa sul pavimento di mattonelle di finto teck, una donna di mezza età con addosso un grembiule nero uguale a quello della ragazza. Ha due squarci nella gola, estesi e profondi, dai quali esce molto sangue. Sangue che ha formato sul pavimento una pozza di grandezza impressionante dove galleggiano resti di capelli recisi. Mi ricorda la presenza dei capelli nella minestra, lo stesso disgusto.

Mi rivolgo alla ragazza dietro di me domandandole, così per sdrammatizzare o meglio non sapendo da dove cominciare per mettere ordine nella mia testa: «Ci andate giù pesante qui eh?» ottenendo un gelido «non saprei sono qui da poco».

La risposta non mi aiuta ma cominciano ad affiorare disordinatamente frammenti di quanto è accaduto.

Nel frattempo la pozza di sangue si allarga tanto da lambirmi le scarpe: vorrei scansarmi ma continuo a restare immobile per non incoraggiare reazioni scomposte, non si sa mai, dopo quanto potrebbe essere successo.

La donna a terra è scossa da tremiti, gli occhi sbarrati puntati verso di me. Scommetterei che non è più in grado di vedermi, il braccio destro allungato come volesse indicarmi, la mano stretta intorno a delle forbici, di quelle affilate, da parrucchiere. Emette un debole rantolo ma sicuramente non ne seguiranno ancora molti.

Intorno a lei si è formata una piccola folla di donne che guarda attonita il corpo agonizzante, lanciandomi, nel frattempo, occhiate furtive.

Qualcuna, che forse non ha assistito all’accaduto o non ritiene di esserne stata informata a sufficienza, rivolge sommessamente domande alla ragazza mora, di cui percepisco brandelli -cosa succede? chi è quella, era già venuta prima? -.

In poco tempo si alza un brusio sommesso fatto di curiosità, imbarazzo e stupore che rende l’aria irrespirabile ancora più del miscuglio soffocante degli effluvi dei cosmetici per capelli.

La luce è sempre abbacinante.

Ormai sono sempre di più quelle che abbandonano le loro postazioni. Clienti che portando in giro, con disinvolto decoro, sia mantelline multicolori sulle spalle sia resti delle lavorazioni tricologiche in corso (capelli stretti nella carta stagnola o arrotolati su oggetti tubolari, creme di svariati colori che colano sui volti rendendoli mostruosi) si avvicinano a noi, ahimè, sfoderando i loro smartphone e, con consumata abilità, scattando foto -le più sfacciate anche selfie- o registrando video con soggetto loro stesse, la donna a terra che ormai non dà più segni di vita e, temo, anche me.

Infastidita da queste discutibili attività non ce la faccio più a stare ferma, tanto mi sembra inutile: è improbabile che i miei movimenti generino panico, se mai ne avessero provocato prima.

Qui, come ovunque del resto, la gente sembra abituata a tutto, certo, anche alla morte violenta, al sangue nelle strade, nelle case, ovunque, e a tutto quello che ne consegue. Ha sviluppato un’assuefazione e un compiacimento nei confronti dell’orrore tanto da ritenerlo un elemento indispensabile nella quotidianità.

Devo concludere che in un mondo dai gusti così semplici creature come me, appartenenti a una carismatica quanto tenebrosa stirpe, non trovano più il rispettoso apprezzamento che meritano.

Lascio questa scomoda poltrona togliendomi di dosso la mantella insanguinata mentre la nebbia, che mi offuscava i ricordi, finalmente si alza e sono in grado di ricordare cosa è accaduto.

Oggi, richiamata da questa sfavillante bottega che riluce nella penombra serale, ho regalato, senza volere, una prova di orrore ordinario. Un brutale fatto di sangue lontano dall’essere fascinoso, privo com’è né di richiami gotici né di mistero, di cui non vado orgogliosa ma che pare sia stato apprezzato.

È andata così. Spinta dal desiderio di sistemarmi i capelli prima di tornare nel mio impenetrabile castello dove, anche lì, gli specchi non parlano di me, volevo affidarmi a una professionista esperta ma ho trovato solo fretta e incompetenza. Dovevo capire subito che quella donna mi sforbiciava addosso compulsivamente senza un disegno preciso, mossa soltanto dall’esigenza di liquidare in qualsiasi modo una cliente che chiedeva un taglio di capelli. Me ne sono accorta troppo tardi, quando ormai lunghi ciuffi piovevano a terra. Portando le mani alla testa ho constatato lo scempio patito. Non sono riuscita a fermarmi, ma almeno ho fermato lei, empia manovratrice di mannaie oltre che volgare provocatrice: affaccendandosi intorno alla mia testa non ha smesso un momento di esibire con inverecondia le sue turgide giugulari… provocandomi un blackout, una perdita di controllo come non mi capitava da tempo.

Nel frattempo mi accorgo che le suole delle scarpe si sono completamente inzuppate di sangue, quindi preferisco avviarmi verso l’uscita volteggiando nell’aria, il modo a me comunque più caro.