Racconto di Gaspare Natale

(Seconda pubblicazione)

 

Gustavo l’aria di casa la sentiva già dalla partenza. Dieci ore prima di arrivare a Napoli, all’aeroporto JFK di New York, si predisponeva all’accoglienza che avrebbe ricevuto e agli immancabili disagi.

L’aeroporto americano era un mare sterminato di facce. Nella fila per l’imbarco dei bagagli Gustavo, trentacinque anni, alto, barba rossiccia e occhiali, notò due tizi elegantissimi vestiti allo stesso modo: giacca blu notte, pantalone grigio, camicia chiara, cravatta scura con piccoli disegni. I due parlottavano fitto fitto e non toglievano gli occhi da un tablet. Il giovane li fissò per qualche secondo, poi si mise con la testa nel suo cellulare.

La fila fu più veloce del previsto, consegnò il suo bagaglio arancione per la stiva e, dopo il solito girovagare con l’acquisto di una rivista e di una bottiglia di acqua, si diresse verso il gate.

Attese poco, seduto di fianco ad una coppia di spagnoli. Gli arrivava una slavina di: tambìen, dicha, en donde, ademas…e qualche parolina più pesante. I due stavano palesemente litigando nel loro musicalissimo idioma.

Salì sull’aereo. Fila 14, posto 4. Sul sedile di fianco, accanto al finestrino, sedeva una ragazza bellissima. Aveva gli occhi colore dell’uva, i capelli lisci e neri lunghi e non più di trenta anni. Gustavo, non togliendole gli occhi di dosso, la salutò con un timido cenno della testa e la ragazza ricambiò con un sorriso che illuminò il velivolo dentro e fuori.

Dopo aver sistemato un po’ di cose in uno zainetto scuro, la ragazza prese un libro e iniziò a leggere.

Gustavo iniziò ad armeggiare con l’auricolare dello schermo d’intrattenimento in volo. L’audio pareva non funzionare perfettamente.

La bellissima sconosciuta leggeva un libro con una copertina bianca. Gustavo sbirciò, la scrittura era in cirillico corredata da strane figure di donna.

Passò qualche minuto e fu la giovane donna a rompere il ghiaccio:

“Non è ancora venuto l’addetto a metterti a posto l’auricolare, vero?”. Disse in un italiano eccellente con una leggerissima inflessione dell’est Europa.

“No, ma non è importante… di solito sugli aerei danno filmetti del millennio scorso!”

“Ah, certamente. Perciò ho sempre con me un libro…”

“Ho visto. Di cosa parla questo?”

“In sostanza è un saggio sulle divinità femminili dell’aria…nella vostra lingua può essere tradotto, più o meno, con le regine degli elementi…”.

“Cavolo! Una cosa complicata?”

Accortosi dell’espressione inopportuna e un po’ goffa, Gustavo arrossì, rifugiandosi in un: “scusami, ma non mi sono neanche presentato. Mi chiamo Gustavo, Gustavo Navarra.”

“E io sono Malika Yusupov. Piacere.”

“Complimenti per il tuo italiano, Malika. Di dove sei?”

La ragazza si fece per un brivido di secondo più seria.

“Sono cecena.”

Il dialogo fu interrotto da un assistente di volo, rossa di capelli e magrissima, che portava le bevande.

Gustavo prese un caffè americano e segnalò nuovamente il problema dell’audio malfunzionante, Malika prese una coca zero.

Il dialogo riprese: “posso dirti una cosa curiosa? Diciamo banale ma curiosa…”

La ragazza corrugò la fronte.

“Cosa?”

“Questo tuo libro sull’aria…cioè, quando ti ho vista con il tuo libro io stavo pensando proprio all’aria…all’aria di casa. Lo so, non c’entra niente. Io pensavo all’accoglienza di mia madre, che vedo una volta ogni due o tre anni, alle domande di mio padre, ai miei amici, al mio disagio…insomma, non so se questa benedetta aria di casa sia buona o cattiva…”.

Malika stette un po’ a pensare, guardò il libro aperto sulle ginocchia e disse:

“Ogni tanto bisogna tornare da dove si è partiti… per conoscere meglio se stessi, per vedere quanto si è cambiati, quanto si è diversi. Non ti pare?”

“Ogni volta che torno per un po’ è come se dovessi pagare un prezzo, saldare un conto, un conto per un tradimento inconsapevole e…”

La ragazza lo interruppe.

“Un tradimento? Ma tu hai scelto, immagino che sei stato felice di farlo. Sei felice adesso? Qual è il tuo posto nel mondo?”

“Belle domande! Non lo so…non so quale è il mio posto. Ho letto ultimamente il romanzo di una scrittrice francese, mi pare si chiami Annie Ernaux, che dice…ma, ma forse ti sto annoiando con queste mie paturnie. Non ci conosciamo e ho già parlato troppo. Scusami Malika.”

In quel momento si era fermato accanto alla loro fila un giovane assistente. Chiedendo il permesso aveva iniziato ad armeggiare con il monitor di Gustavo.

“Ecco signore, credo di aver risolto. Provi ancora gli auricolari, per favore.”.

Gustavo, un po’ infastidito, aveva indossato gli auricolari e annuito in direzione dell’assistente.

“Sì, grazie. È tutto a posto”.

Malika, guardandosi intorno, aveva ripreso il suo libro. Passarono pochi minuti e la ragazza si voltò di nuovo verso Gustavo: “Comunque, per prima, non devi scusarti di nulla. Anzi sono stata io a essere…diciamo invadente con quel quale è il tuo posto nel mondo e cose stupide di questo tipo…”.

“L’importante è che non ti stavo annoiando con questa roba di casa, ritorno e…”.

“Tranquillo, riesco a difendermi dalla noia”.

“Tu non torni mai al tuo paese, Malika?”

“Spero di tornarci a breve e…mi sono venute in mente altre cose rispetto a quello che dicevi prima…”

“Che cosa?”

“Pensieri…diciamo così filosofici. Questa volta sono io che non vorrei annoiarti”.

Gustavo certamente non si annoiava negli splendidi occhi della sua vicina di posto, e, un po’ goffamente, le aveva poggiato una mano sul braccio:

“Il viaggio è ancora molto lungo. Mi fa piacere ascoltarti…”

“Ecco, il viaggio appunto! Tutti noi da un viaggio, da un ritorno, ci aspettiamo chissà che…tu conosci Confucio, Gustavo?”

“Confucio? Sì, ma solo di nome…perché?”

“Confucio dice: non esiste una strada verso la felicità. La felicità è la strada”.

I due ragazzi si guardarono per qualche secondo lungo millenni. Malika sembrava avere sul viso un’allegra tristezza, Gustavo rimuginava un po’ imbambolato.

In quello stesso istante al centro del corridoio comparve, come materializzato dal nulla, uno dei due tipi con la giacca blu. Gustavo non l’aveva più visto fino a quel momento per tutta la durata del volo. Il tizio elegante parlava con una hostess e poi la strattonava, cingendo la donna con una mano, e con l’altra roteando una piccola pistola scura, disegnando nell’aria una sorta di semicerchio. I passeggeri più vicini alla scena iniziarono a urlare. Qualcuno tentò di alzarsi, cambiando velocemente idea sotto la minaccia dell’arma.

Malika guardava la scena, indifferente. Gustavo, con la testa ovattata in una sorta di realtà virtuale, le stringeva il polso.

Furono attimi interminabili, come in un terremoto, un naufragio, un’anomalia del tempo. Poi d’un tratto si fermò tutto e il dirottatore in giacca blu, in un inglese elementarissimo e un po’ strascicato, iniziò a parlare:

“State tranquilli e non succederà nulla. Andiamo in un altro posto un po’ più lontano di Napoli, più a est.

Non fate domande, saprete poi. Fate tutto quello che io e il mio socio, quel signore che è dall’altra parte del corridoio, vi diciamo. D’accordo?”. L’inglese dell’uomo era contaminato da una forte inflessione dell’est Europa.

Si sentiva piangere, urlare e chiamare figli, parenti o amici seduti più lontano, per accertarsi non si sa di cosa.

Un signore grasso e occhialuto con aria serafica alzò un dito, il dirottatore lo guardò e gli disse: “Mi sembra di aver detto niente domande”.

Piano piano la situazione si normalizzò. L’uomo che aveva parlato si sedette tre file più avanti di Gustavo e Malika, con l’hostess di fianco. Il secondo uomo, che era comparso per un attimo, andò nella cabina di comando. Quasi tutti i passeggeri furono perquisiti. La spagnola incontrata da Gustavo al gate chiese di andare alla toilette. Un’altra hostess comunicò che a turno avrebbe accompagnato al bagno chi ne avesse necessità.

Per tutto il tempo Gustavo e la ragazza erano stati in silenzio. Intorno a loro qualcuno pregava, altri facevano previsioni fantasiose sulla destinazione del dirottamento: Mosca, Kiev, Istanbul. Un anziano e distinto signore disse:

“Una destinazione potrebbe essere Groznyj.”

Si millantavano conoscenze approfondite di geopolitica internazionale, si formavano correnti di pensiero: i pessimisti, convinti della fine infausta del viaggio, e i fiduciosi, certi della liberazione dei passeggeri.

Gustavo ascoltava, sempre più agitato, le discussioni. In uno scatto di insofferenza fece per alzarsi. Malika lo fermò, con una mano dolce e decisa sul petto. Il ragazzo stava per dire qualcosa…

“Non ti conviene muoverti. Accetta quello che ti dicono…anzi quello che ti diciamo!”

“Che…che significa diciamo?”

“Significa che io sono con loro, con i dirottatori, siamo in tre…”

Gustavo guardò gli occhi colore dell’uva della ragazza. Gli sembrarono, se possibile, ancora più belli.  D’istinto tentò ancora di alzarsi, poi si rimise a sedere.

Malika fece un cenno di assenso al dirottatore che era seduto avanti e che la guardava insistentemente. Poi sorridendo, rivolta al suo vicino di posto, disse:

“Gustavo, capiscimi, cerco anche io di riprendermi la mia aria di casa”.