Racconto di Vittoria Carpo

(Prima pubblicazione)

 

È una bambina di cinque anni, ha i capelli ricci e ribelli, occhi verdi, la vedete? La sentite? Sentite i suoi capricci? Strilli e tentativi di ribellione. La sua mamma la sta lavando, il portacatino traballa, oscilla e una scheggia di sapone cade sul pavimento bagnato. La bambina mette un piedino sulla scheggia e tutto il mondo si capovolge. La bambina a terra, il catino e portacatino con il braccino girato, sotto di lei.

Quando è successo? In piena guerra, nel 1944.

Davvero? Ma dove? In una abitazione di fortuna, abbandonata.

Le complesse vicissitudini della guerra avevano costretto molte famiglie a lasciare paese e affetti per cercare un luogo sicuro. Così fu per noi. Papà era perito in una imboscata e noi eravamo sbatacchiati come foglie al vento. Arrivati con incredibili peripezie in quella città alquanto lontana, il nostro faticoso, incerto e pericoloso peregrinare, cessò. Parve a mamma di aver ricevuto una benevolenza dal destino, di aver vinto alla lotteria: avevamo trovato casa!

L’appartamento era al terzo piano in un palazzo sito vicino alla stazione, bersaglio privilegiato dai bombardamenti aerei e guerriglia urbana: ecco perché disabitato!

Non voglio distogliere l’attenzione da quello scivolone, o scivolata come credete sia meglio dire, perché è importante che racconti, non come ciò sia successo, questo già lo sapete, ma quando il fatto sia accaduto. Datemi fiducia, è importante. È successo verso sera, quando il sole è definitivamente tramontato, quando la notte lentamente cala sulla città e il coprifuoco si avvicina. Devo ritornare allo scivolone, non fu senza conseguenza, la spalla era stata seriamente compromessa: la testa dell’omero fuoriusciva dalla sua sede e il dolore era feroce. A nulla valsero i rimedi casalinghi, del resto limitati a tentativi strazianti di manipolazione dell’arto, a impacchi di acqua fredda, non esisteva ghiaccio o frigoriferi. E ora, cosa si fa? Una vicina di casa, richiamata dagli strilli e messa a conoscenza dell’incidente, con viva partecipazione ci illuminò:

«Conosco una specie di “santona” o “medicona”, non so come chiamarla, ma abita di là della ferrovia, non molto lontano però, è facilmente raggiungibile». Dopo un attimo di esitazione, guardando il cielo che già volgeva a notte, con rammarico aggiunse: «Purtroppo è già scattato il coprifuoco».

Mamma si profuse in ringraziamenti e trasformò la sua legittima paura in un atto di coraggio.

Raccontò a sé stessa che, forse, magari, con l’aiuto di qualche Santo protettore avremmo, con accortezza, potuto raggirare i blocchi che dalle ventuno alle cinque del mattino presidiavano gli incroci e i punti strategici della città.

La stazione ferroviaria era proprio uno di quei punti strategico – militare e noi avremmo dovuto attraversarla per arrivare alla “santona”.

Mamma mi avvolse in uno scialle e lei stessa si coprì con un panno nero.

Mi fu ordinato tassativamente di non piangere!  Non piangere e non emettere nessun lamento, se solo ci avessero scoperto avremmo potuto essere fucilate!

La tragedia in quel mondo drammatico sta nel fatto che veramente sarebbe potuto accadere.

Forse era un’esagerazione. Sì, forse ma, di fatto, la circolazione era proibita senza un regolare permesso, a chiunque, a piedi o con qualsiasi mezzo motorizzato.

Erano proibiti i raduni oltre le due persone e tutte le finestre, porte o portoni, dovevano essere oscurati.

Tutti avevano l’obbligo di fermarsi all’ordine del “Chi va là “e di ubbidire in seguito ai diktat imposti.

Quando il “chi va là” era lanciato, il cittadino doveva immediatamente fermarsi, rispondere a voce alta chi fosse poi attendere immobile che la pattuglia si avvicinasse o che la sentinella gli ordinasse di avanzare. Subito doveva presentare loro il lasciapassare, unitamente ai dati personali.

Ovviamente noi, non avevamo nessun lasciapassare.

Rasentando i muri degli edifici, senza nessuna luce, nel buio più profondo, giungemmo alla ferrovia. Era presidiata da due pattuglie con mitragliatrici ben sistemate a tiro di binari.

Il più lontano possibile, iniziammo ad attraversare la strada ferrata, inciampando nei traversini di legno, trattenendo il respiro più che potevamo, mentre il cuore impazzito martellava così forte che ci pareva impossibile che quei soldati, addestrati a comprendere ogni minimo brusio, non lo avvertissero.

Trattenevo ogni gemito di dolore, avevo ricevuto l’ordine di non piangere, e non piangevo! Mamma mi strattonava, mi tappava la bocca… poi, con la stessa energia, mi baciava.

Una luce, proiettata da un faro posto vicino alle mitragliatrici, illuminava a giorno i binari.

Noi correvamo accovacciate tentando di cogliere il tempo giusto, stretto e limitato, dello spostamento del proiettore: ferme quando era in luce e via di corsa quando il chiarore si dirigeva altrove e non inquadrava noi.

Finalmente arrivammo senza essere scoperte, a destinazione.

Non ricordo nulla della “santona”, delle sue preghiere e delle sue miracolose manipolazioni.

Nella mia mente non è mai ricomparso il ricordo del male fisico alla spalla lussata, che doveva sicuramente essere cocente visto che il braccino penzolava. Mi rivedo al collo di mamma, con il suo viso rigato da lacrime silenziose, terrorizzata da quella luce che alternativamente squarciava il buio profondo cercando un bersaglio da colpire.

Ora si sarebbe dovuto tornare indietro, a casa! Ripercorrere la stessa strada e affrontare gli stessi pericoli che avevamo abilmente evitato!

Il braccino non penzolava più. Era stato abilmente fasciato da quella donna e il dolore pur non essendo più così acuto, permeava in tutto il costato, o forse solo nella schiena, o forse nella spalla, o forse andava scemando, o forse non c’era più!

Non era più principale il suo sentire, il braccino era stato ricollocato nella sua sede naturale, punto e basta!

Ora bisognava, invece, ingegnarsi per trovare i tempi giusti per guizzare tra ombre e penombre su di un cammino sicuro.

Prima di arrivare ai binari, punto strategico del nostro ritorno, ci fermammo a una fontanella dalla quale zampillava un’acqua che parve, essere la più benefica mai sgorgata.

Mamma mi rinfrescò il viso rigato di lacrime e mi bagnò abbondantemente i capelli, poi mi disse con tenerezza e orgoglio:

«Brava, sei una brava donnina. Non hai pianto forte. Papà da lassù ti vede ed è orgoglioso di te. Nessuno ti ha sentito. Continua così, ora dobbiamo tornare».

Non c’eravamo accorte che, appoggiata a ridosso di un declino del terreno, dietro alla fontana, si muoveva un’ombra!

Non era un’ombra malvagia e, prima ancora di vederne i contorni, una voce ci rassicurò:

«Non abbiate timore, non vi succederà niente».

L’ombra avanzò, e un raggio di luna ci permise di prenderne visione.

Era una donna! Anche se con poca luce, mi parve, essere molto bella!

Vestiva appariscenti abiti colorati. Uno scialle appoggiato con noncuranza sulle spalle copriva ben poco di un’abbondante scollatura.

I modi erano gentili e ben presto la sua voce armoniosa ci rassicurò:

«Siete in strada a quest’ora? Ma non lo sapete che è pericoloso?»

Lo sapevamo, certo che lo sapevamo ma la sorte aveva deciso per noi ed eccoci a metà strada, sulla via del ritorno, in balia degli eventi.

La bella signora rispose con garbo alla domanda incuriosita di mamma:

«Voi, signora, cosa fate in strada di notte. Non avete paura, voi?»

«No, non ho paura, ho un regolare lasciapassare».

Ci fu una pausa, come se la risposta fosse incompleta, come se fosse necessario o ne richiedesse un altro ragguaglio.

«Sono diretta a quella casa gialla, in Via dei Giardinetti… quella con le persiane chiuse».

Non capii perché mamma, a quell’affermazione, con un guizzo repentino, mi strinse a sé.

A quel gesto, la bella signora abbassò gli occhi e aggiunse:

«Non dubiti, si tranquillizzi signora, non direi mai e poi mai nulla che possa offendere l’orecchio di un bambino», e poi sorrise guardandomi.

Continuò.

«Conosco i componenti della pattuglia attiva alla stazione e “particolarmente” il loro capo. Ora seguitemi in silenzio. Quando vi farò un cenno, fermatevi. In quel punto potrete attraversare mentre io intratterrò quei ragazzi».

Mamma abbracciò forte quella donna, per un tempo che sembrava essere infinito.

Non ho ricordi chiari del dopo, se non che ripetemmo la stessa strategia del gattonare e poi alzarsi di nuovo e correre quando il fascio di luce lo permetteva.

Ricordo però, benissimo, le grandi risate e i toni festosi che si levavano dalla pattuglia di stanza alla ferrovia, mentre il fascio di luce girava senza catturare la loro attenzione.

Una “lucciola” aveva brillato per noi, nella notte e ci aveva protetto.