Racconto di Marina Ciangoli

(Prima pubblicazione)

 

«Aspetta, sediamoci un attimo. Fammi riprendere.»

«Bimba, ci riposeremo a casa. Andiamo.»

«Strano, mi fa male la mandibola, come se si fosse staccata e poi riattaccata grazie alla forza di una calamita. Senti qua, scricchiola quando la muovo.»

«Avrai mangiato troppo in fretta o i denti del giudizio si saranno stancati di stare al coperto. Dai, andiamo.»

«Ma che dici! Biscottino, aiutami invece, che è successo? Sono svenuta? Qualcuno mi ha attaccata alle spalle? Mi si è davvero staccata la mandibola?»

«Andiamo su, è ora di tornare a casa.»

«Biscottino, perché non mi dai retta? Che è successo?»

«Ma niente, andiamo. Avrai avuto un calo glicemico. Alzati.»

«Le senti? Le risate? È come se trapanassero il quartiere, quasi non riesco a sentire quello che dici e persino quello che dico io. Eppure non c’è nessuno. Tanti palazzoni che ci fissano come spioni, ma non circola un’anima.»

«Saranno gli abitanti del posto, dentro le loro case, che parlano e scherzano. Non dare importanza a cose che non ne hanno.»

«Da queste parti non ci siamo nemmeno mai passati per tornare a casa.»

«Ti ci sei infilata tu, quando hai visto, quando parlando non guardavamo dove mettevamo i piedi. Senti? C’è silenzio ora.» Allungò la mano verso di lei per sfiorare la manica della giacca.

«I palazzoni qui intorno ci tengono d’occhio, lo avverto, ma con pigrizia. Tu no? Sono più stanchi e rintronati di me. Sicuro che qui sia abitato? Guarda dove sono seduta, è il rudere di una vecchia abitazione e quando mi muovo col culo si sbriciola.»

«Bimba, ma cosa cambia se qui ci abita gente oppure no? Lascia stare e andiamo a casa.»

«Mi viene in mente com’era quando eravamo bambini o ragazzi. Non ti manca quel modo di vivere?» Guardò il piazzale vuoto attorno ai palazzi, attirata dal suono di risate sottili.

«Scherzi? Cosa dovrebbe mancarmi? Il caos? Sentirmi smarrito ogni volta che mi guardavo intorno e vedere che niente e nessuno aveva un perché? Una direzione? Che tutto e tutti potevano essere qualsiasi obbrobrio e chiunque, senza che si capisse chi è cosa? Per non parlare di tutte quelle parole nuove e dei confini che non aprivamo noi.  No, l’ordine che c’è adesso è riposante per la mia testa. L’essenzialità è certezza.»

«Non mi avevi mai detto che la pensavi così. Perché non parliamo mai di queste cose?»

«Ne parliamo continuamente.»

«Cosa?»

«Niente.»

«Per te forse è diverso. Non mi ci ritrovo in queste nuove regole, Biscottino. Una sola regola, anzi: seguire le direttive dall’alto.»

«Ed è perfetto! È poetico come si possa vivere in questo stato ordinato, su linee tirate col righello senza rischiare di sbavare fuori, perché è tutto così cristallino nel modo in cui ci hanno sistemato.»

Il silenzio aveva messo a tacere le risate fiacche.

«Scherzi? Come fa ad essere poetico essere messi nei cassetti e piegati come calzini secondo un sistema deciso da altri?»

«Questo non è esatto, Bimba. Lo abbiamo deciso tempo fa, democraticamente.»

«Deciso cosa? È come questo posto. Palazzoni tutti uguali, lineari, come dici tu, e qua e là delle rovine che si sbriciolano di continuo, dove nemmeno i frantumi sembrano trovarsi vicini per caso. Non posso fare nulla che esca fuori dai margini. A te, almeno, è stato concesso di continuare a dipingere anche se non scegli cosa. E cos’è poi che dipingi? Perché non posso mai vederlo?»

«Di tanto in tanto lo vedi, ma non sai che sono stato io. Sono le regole.»

«Un progresso.» Bimba direzionò di scatto gli occhi in alto.«Guarda, viene giù qualcosa. Com’è che scende così lenta? Ok, è leggera di suo, ma questa neve lo è ancora di più.»

«Non è da notare quanto peso abbia, non ti pare?»

«Hai ragione. Avrei dovuto accorgermi del colore insolito. Come mai la neve è rosa?»

«Rosa? La neve? Fa troppo caldo, sempre, per esserlo. Guarda meglio.»

«Sono batuffoli minuscoli. Per me, è neve.»

«Come ti pare.»

«Non lo è, dici eh?!»

«Da dove arriva, Bimba? Dal cielo?»

«Sai cosa noto, piuttosto? Che ho dei vuoti di memoria. So di averli, ma non ricordo cosa ho dimenticato. Ne parlo e so, che a te, non succede mai.»

«Bimba, non so perché insisti con queste storie. Va tutto bene, come volevamo tutti, non solo io e te. Stai meglio? Possiamo andare ora?»

Questo. Ecco, io non ricordo di aver mai voluto tutto questo, come dici tu. Non ricordo di aver votato che decidessero loro per me, di aver lottato affinché non venissimo più burattinati da fuori, dagli altri che non fossimo noi.»

«Hai qualche problema di salute, ma stanno risolvendo.»

«Quale sarebbe la diagnosi? Nemmeno questo ricordo.»

«Al momento la dimenticheresti, ma stai tranquilla.»

«Qual è la diagnosi?» prese un mucchietto di cemento sbriciolato e glielo lanciò addosso.

«Calma!» Biscottino si spolverò la pettorina del grembiule e fece un respiro solenne. «Amnesia selettiva parossistica da stress postraumatico semicronico.»

«E che cavolo è?»

«È una sindrome che ti fa dimenticare alcuni eventi che associ ad un trauma passato, in modo violento e improvviso… ma non è grave. Stanno provando varie terapie, vedrai che una funzionerà.»

«Menti! E mi prendi in giro. Lo fai di continuo. Quando fai così mi chiedo chi, davvero, mi tratti da burattino.»

«Non ti mentirei mai, Bimba.»

«E allora spiegami: perché sento continuamente di non aver voluto che il mondo si riducesse a quel cassetto di calzini con così pochi colori o che i palazzi assomigliassero a dei controllori pigri? Perché so che dipingi cose che non scegli, anche se non so cos’è che fai? Perché so che la gente vuole così tanto essere controllata per non pensare, ma non tutti sono liberi di essere se stessi, perché è più facile disporci in un vocabolario ristretto? Dimmi, ti sta bene non pensare nemmeno a cosa dipingere?»

«No.»

«Lo sapevo. Vedi che menti? E non vuoi lottare per decidere tu che colore vuoi essere? Per uscire dal cassetto o anche starci dentro, purché sia tu e solo tu a volerlo?»

«Vorrei, ma le risate.»

«Non ascoltarle, continua, urla se serve.»

«Vorrei. Delle volte immagino qualcosa di diverso da gente che ride e che ci impedisca di pensare e lottare, quando loro vedono che vogliamo cambiare. Solo delle volte però. Che c’è di sbagliato se non voglio pensare e lo lascio fare a qualcun altro?»

«Che non stai agendo tu. Che non vedi come sono le persone e cosa le smuove. C’è un silenzio che ha cancellato tutto quello che avevamo conquistato e perché? Perché è impegnativo costruire un cambiamento?»

«Lo so che hai ragione, ogni volta. Si sta così bene però.»

«È solo un’impressione in superficie. Sotto sei sepolto.»

«Le risate, Bimba.»

«Non ascoltarle. Parla con me.»

«Le risate sono forti. Non ti viene da ridere?»

«Ascolta me.»

«Bim-eh, ba-ah, non ti vie-eh, ne-ah-ah, da-eh-eh.»

«Non ridere! La tua faccia! Dov’è?»

Biscottino rideva tanto da lacrimare e da coprire le altre risate che abitavano il quartiere. Bimba lo fissava tappandosi le orecchie. La lucidità l’abbandonava ad ogni millimetro conquistato dagli angoli della bocca sul volto di Biscottino. Anche Bimba iniziò a ridere senza volerlo e la risata esagerata le mascherò il viso. Cercavano di guardarsi l’un l’altra, ma non si riconoscevano dietro quella bocca deforme.

Tutte le risate si placarono quando furono inebetiti al punto da cancellare la memoria meno consona allo stato delle cose. Biscottino si asciugò il volto, tese il braccio tremando e le tirò la manica.

«Andiamo a casa, Bimba, non mi sento bene.»

«Aspetta, sediamoci un attimo. Mi scoppia la testa, ho il viso bagnato e mi fa male la mandibola, come se me l’avessero strappata e poi incastrata a forza. Perché?»

«Non lo so, ma ti prego, andiamo.»

«Va bene, andiamo.» La neve rosa tornò a scendere e le sfiorò le ciglia. «Aspettami, Biscottino, aspetta. La neve rosa non viene dall’alto, ma da una direzione obliqua. Da lì, da quel palazzone con quel murales con la gente che ride.»

«Bimba, muoviti! A breve ci saranno le direttive!»

«Sulla parete cieca, sorda, silente. Che si nasconde. Decine di uomini, tutti uguali, ammonticchiati come immondizia. Ridono. Di me? Di noi? Biscottino! Chi ha fatto quel murales? Biscottino, torna indietro a vedere!»

«Andiamo ti ho detto!»

«Arrivo.» Esaminò l’immagine dominata dal rosa. «No, non sono tutti uguali. Uno di loro non ride, fa una smorfia, una pernacchia che con un po’ d’attenzione non potranno fare a meno di ascoltare.»