Racconto di Gaspare Natale

(Prima pubblicazione)

 

A Lisbona, l’ultimo giorno di agosto del 2022, il signor Gerardo Navarra comprò un libro.

La libreria, nel quartiere Baixa, era spaziosa ed elegante, ma non ci entrava molta luce.

Navarra chiese al tizio con gli occhiali, che sembrava il titolare del negozio, un libro di poesie di Fernando Pessoa. Naturalmente c’era un enorme scaffale che occupava una parete intera dedicato esclusivamente al grande portoghese.

Era per i turisti, scelta banale, “Infatti sono anche io un banalissimo turista” pensò il signor Gerardo.

Prese un testo tutto in portoghese, senza traduzione:

“Antologia mìnima”, edizione di Jerònimo Pizarro.

Trovò subito i versi che amava:

O’ mar salgado, quanto do teu sal sào làgrimas de Portugal!

mise un cartoncino come segno su quella pagina.

Il libraio gli si avvicinò e in un italiano faticoso, ma corretto gli disse: Complimenti per la scelta signore! Questo libro, queste poesie di Fernando e degli altri sono una magia… ci si immerge in un sogno!”.

“Grazie, come ha capito che sono italiano?”.

Forse non se ne è accorto signore, ma ha parlato da solo quando guardava i libri. E poi ho vissuto un pochino in Italia, a Genova. Non mi sono presentato, mi chiamo Antonio Mora”.

“Piacere Navarra, Gerardo Navarra. Complimenti per il suo italiano. Arrivederci”.

Adeus senhor”.

All’uscita dalla libreria Navarra sfogliò pigramente il volume, tentò di leggere altre liriche, rinunciò. Al ritorno da Lisbona forse avrebbe comprato un dizionario.

Gerardo Navarra, 59 anni, divorziato con due figli maschi, impiegato in una grossa società di formazione del personale, era sì un “turista banale”, ma era anche un aspirante poeta, o poeta della domenica, o, insomma, una delle tremila definizioni, tutte autosvalutanti, che usava per sé stesso.

A Lisbona non poteva non pensare a Fernando Pessoa, alle sue passeggiate, ai suoi luoghi, ai suoi bar, alle sue piogge oblique, ai suoi occhiali. Quel libro, l’Antologia minima, era appunto il minimo: era una via di mezzo tra un omaggio dovuto e un ricordo da turista maniacale.

Sull’aereo che lo riportava a Napoli Gerardo Navarra continuò a leggere qualche rigo del libro, poi si addormentò. Non gli succedeva mai.

Sognò di essere su una moto di grossa cilindrata con il figlio più grande. Il ragazzo aveva un appuntamento dal barbiere e lo lasciò sulla moto davanti al negozio. Doveva aspettarlo lì.

Sulla bottega troneggiava una targa con su scritto: Barbeiro Manacès. Navarra sbirciò dentro, gli sembrava di conoscere il barbiere.

Restò seduto sulla motocicletta per un po’, poi mise in moto e partì. Andava piano senza quasi mai cambiare marcia. Davanti gli sedeva un bimbo piccolo, con una testolina tonda tonda: era l’altro figliolo da piccolo o era il nipotino. Non ne era certo.

Prese una stradina contro mano, non passavano automobili nell’altro senso di marcia. Non percepiva il pericolo di uno scontro frontale, nonostante la testa del bimbo gli coprisse la visuale.

Poi rallentava, si fermava e si addormentava su un letto vicino al negozio del barbiere, poggiando la moto di fianco al letto.

Nel sogno dentro al sogno Navarra si alzava e andava a parlare con Giorgio, un conoscente che passava di lì.

Giorgio aveva il viso molto abbronzato e Gerardo gli chiedeva dell’abbronzatura e del mare. Accanto a Giorgio c’era un signore che somigliava molto a Fernando Pessoa: aveva un cappello scuro, occhiali tondi e baffetti molto curati.

Poi si girava verso il letto: la moto era scomparsa, probabilmente l’avevano rubata. A quel punto il signor Navarra, in un pianto disperato, correva a chiedere se qualcuno avesse visto la moto.

Si svegliò, ancora piangente, strattonato da un’hostess che gli chiese se avesse bisogno di qualcosa.

“No, grazie. Forse ho fatto solo un brutto sogno” fu la risposta che gli uscì in un respiro affannoso.

Bevve un bicchiere di acqua e ripensò al libraio: si ricordò che gli aveva detto Fernando e gli altri, riferendosi al libro.

Mancava ancora qualche minuto all’atterraggio, riaprì di nuovo il volume e lesse l’indice. Oltre a Pessoa c’erano, quali autori di alcune liriche, i famosi eteronimi: Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Alvaro de Campos ed altri.

“Ecco gli altri!” pensò.

Questa peculiarità del genio portoghese lo aveva sempre attratto. Aveva letto alcune teorie sugli eteronimi, gli altri da sé di Pessoa, forse le ombre della sua follia, personaggi con biografie autonome e precise, ma nessuna teoria lo convinceva e comunque tutte gli lasciavano un curioso senso di inquietudine.

Nei giorni seguenti Navarra fece quasi sempre lo stesso sogno che aveva fatto in aereo, allora cominciò a scriverlo: la moto, il figlio, il barbiere, la figura di Pessoa o di un sosia.

Cambiavano alcuni particolari: il viso del barbiere, le strade, che adesso erano distintamente le strade di Lisbona, altri personaggi che sostavano fuori la bottega del barbiere e accompagnavano Giorgio e il signore che somigliava a Fernando Pessoa.

Una mattina, scrivendo ancora dell’ennesimo sogno ricorrente con l’Antologia minima spalancata davanti, Gerardo Navarra si accorse che una lirica del libro era firmata Antonio Mora.

“Ma il libraio non si è presentato con questo nome? Ricordo male? Guarda che coincidenza! E la familiarità col poeta che aveva chiamato per nome?”

Poi rise di sé stesso pensando: “…e se il libraio stesso fosse un eteronimo, uno dei mille fantasmi del poeta?”.

Il sogno continuava a presentarsi imperterrito quasi ogni notte, più o meno uguale a sé stesso. Navarra non sognava altro e dentro gli cresceva una sorta di angoscia e di ossessione: scriveva e riscriveva il suo sogno, si documentava sugli eteronimi, consultava siti e testi vari sulla poetica Pessoana.

Una mattina con una pioggia sottile alle finestre disse a sé stesso a voce alta: “Devo tornare a Lisbona, devo rivedere Mora il libraio. Devo capire!”.

Tre giorni dopo scese dal taxi che lo aveva portato allo stesso albergo della prima volta, il “My Story Hotel Ouro”, nella centralissima Rua Aurea. Prese possesso della camera e non disfò neanche il piccolo bagaglio che aveva con sé.

La libreria era poco lontana, in Rua de Santa Justa.

Gerardo Navarra ricordava bene il piccolo tratto, arrivò sul posto, riconobbe il coloratissimo negozio di liquori, il gelataio, ma non trovò la libreria.

Tornò indietro e ripercorse il marciapiede, una, due, tre volte.

La libreria non c’era. Si guardò intorno inebetito ed ebbe un piccolo giramento di testa. Tornò in albergo, spiegò faticosamente la cosa al tizio della conciergerie. Non ebbe risposta, l’addetto non ne sapeva nulla.

Tornò indietro in una sorta di febbre improvvisa. Si fermò davanti a una saracinesca che veniva aperta in quel momento. La bottega del libraio era quella! Navarra ne era più che certo, riconosceva la forma degli spazi interni del locale.

Al posto della libreria c’era adesso un negozio di oggetti di artigianato.

Navarra entrò e, con l’aiuto del traduttore del telefono cellulare e di un inglese stentatissimo, chiese al signore che aveva aperto il negozio notizie della libreria e di Antonio Mora.

Il negoziante, dopo un primo momento di fastidio misto a stupore per quella inconsueta domanda, gli disse che la bottega era stata del nonno e poi del padre, ed era lì da più di ottanta anni. Poi gli fece segno di aspettare. Dopo qualche minuto, tornò con un documento che porse a Navarra.

Il portoghese era incomprensibile, ma alla fine del testo di mezza pagina c’era un rigo che Gerardo Navarra comprese e gli si gelò il sangue:

A Livraria fechada em 1° de dezembro de 1935.

Fernando Pessoa morì il 30 novembre 1935.