Fiaba di Sonia Ternullo
Illustrazioni di BDB
Pare che in uno sperduto paesino tra i boschi, non si sa bene di quale località, fosse caduta una notte, per un puro accidente, una lacrima di luna. La dea avrebbe voluto aspirarla indietro non appena se ne accorse ma non fece in tempo perché il vento freddo che soffiava quella notte la cristallizzò facendola precipitare irrimediabilmente. Invano la luna si restrinse e si allargò, complice il velo di bianco cotone delle nuvole in cielo, nel tentativo di spiarne la direzione: troppo velocemente era scivolata l’adamantina lacrima. Cosa ne sarebbe stato si rassegnò a ignorarlo per sempre.
Il giorno seguente, allo spuntare del sole, all’ombra di una voluminosa robinia, il pianto disperato di una neonata attrasse un legnaiolo che di buon mattino era venuto nel bosco a far legna. Grande fu la commozione dell’uomo nell’accorgersi della presenza di una tenera bambina atterrita e tremante. A colpirlo furono soprattutto gli occhi, due gemme preziose grandi e brillanti. In un baleno pensò alla giovane moglie, già madre disperata di due creature morte nel venire al mondo. Un pensiero fulmineo gli attraversò il cuore prima che la testa e, sorridendo intimamente per la gioia che avrebbe recato in dono alla dolce consorte quasi morta di pena, con braccia delicate, arcuate a culla, raccolse l’infante stringendola al caldo petto. La sorpresa della sposa e il colore che come d’incanto tornò ad avvivarle le guance furono per lui il premio più grande che mai potesse aspettarsi dalla vita, evidente segno che il suo Dio gli stava offrendo la sua amicizia.
“Miriam” le scelsero per nome e come un dono pregiato sempre la trattarono ricevendone in cambio altrettanto amore e devozione.
Divenuta ragazza e venuto il momento di prendere delle decisioni importanti, Miriam riusciva a dissipare la confusione della mente, inspiegabilmente, solo quando si metteva a guardare la luna, come se quella argentea rotondità sapesse instillarle lucidità e saggezza.
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Fu in uno di quei momenti che la pallida luna si accorse di lei. Se ne stava pacifica a gongolare in un cielo nudo di stelle, lei sola, fluttuando piena di sé nell’umido blu e si accorse di avere uno sguardo puntato addosso. Non era insolito che fosse destinataria di sognanti traiettorie di occhi umani e ferini, ma quella sera le fu impossibile non contraccambiare il magnetico sguardo dall’aspetto così familiare. La guardava e la riguardava quella fanciulla minuta tutta occhi, brillanti e maliosi, proprio come due gocce di luna. Sobbalzò la vetusta, al ricordo della stilla perduta che subito riconobbe nella fanciulla. All’istante fu percorsa da un siderale moto d’amore per la prole fino ad allora sconosciuta, crucciandosi nell’opalescente chiarore per non saper trovare la strada di arrivare fino a lei. A un tratto le sembrò di udirne la voce: era il vento a portargliela.
“Signora Luna, da sempre mi offristi ispirazione per le domande della vita. Mi bastava guardarti, regale e pacata in tutta la tua bellezza e qualsiasi tormentoso dubbio in un istante si scioglieva, rischiarato dalla sferica saggezza.
A soppesare il valore ho presto appreso alla scuola domestica di una madre dolce e di un padre giusto, a sapere cosa sia il bene e cosa il male. E se poi uno scrupolo si affacciava, tu eri là a illuminare la notte, pallida e indifferente, inconsapevole suggeritrice.
Ma, ora, troppo difficile è il caso, troppo dolorosa la pena. E il cuore annaspa senza scorgere una strada, un filo, un raggio di diafana luce. Troppi sono anzi i fili, troppe le strade e aggrovigliate, insicure e tenebrose al pari di un’insidiosa ragnatela.”.
Piangeva la fanciulla calde e copiose lacrime dopo aver svelato la desolazione del cuore alla silenziosa luna.
La madre, sgomenta, pure lei piangeva invisibili stille che il petto tratteneva per ferreo divieto del Fato dopo il vecchio incidente. Illanguidiva dinanzi al dolore della figlia appena svelata e si contorceva il viso sfuggente a ogni singhiozzo dell’argentea progenie.
Con timida ritrosia, la vergine fanciulla, facendosi coraggio, in un flebile sussurro percepibile solo da un cuore di madre, svelò la cagione di tanto affanno.
I dolci genitori, che la vita per lei avrebbero dato senza esitare, israeliani erano, d’antica stirpe. Ma il cuore, nel petto, di tenero amore scoppiava per il fiero Riad che le faceva tremare le vene e più caro l’aveva della sua stessa vita.
“Come è possibile vivere col cuore spaccato a metà, mia celeste consigliera?”.
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Ardiva ricevere un assennato suggerimento che le sciogliesse i nodi imbrigliati del cuore la ragazza e non sapeva di chiedere soccorso alla vera madre. Ma quest’ultima, per quanto veloce corresse con la mente in cerca di un sicuro parere da offrire alla giovinetta, sconfitta declinava nell’oscuro cielo, muta la lingua e vuote le mani. Rimedio non v’era all’umana crudeltà.
La fanciulla, tuttavia, credette di interpretare il pensiero vegliardo della luna senza accorgersi che a dettarglielo era solo lo slancio del cuore, ciò che più fortemente in sé desiderava. E così si risolse ad accettare l’amabile proposta del coraggioso Riad. In una notte tale e quale a quella, di stelle deserta e sotto il muto urlo di una luna febbricitante di sgomento e terrore, fuggirono insieme incontro all’amore perché tutto l’amore vince, diceva quel maledetto poeta all’esilio destinato. Tutto vince l’Amore, che pure dovette bendarsi gli occhi lacrimosi quando incontro a una morte certa andarono ed essi nemmeno il tempo ebbero di accorgersene. Di una colpa esageratamente grande s’erano macchiati lei e lui, la traditrice e il nemico, il traditore e la nemica, d’amore avvinti. Morirono dinanzi agli occhi raggelati di una delirante madre luna. I genitori, fuori di sé per l’insopportabile strazio, accorsi per abbracciare la tenera progenie, disabitati trovarono i corpi, nemmeno una traccia più di vita. Irreversibile condanna a un dolore senza fine.
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I candidi spiriti, per mano uniti, ascendono al cielo della gravità incuranti. Un’attrazione più forte subisce: quella del materno amore di luna, in grado finalmente di riappropriarsi dell’eterea sostanza non più in un corpo intrappolata. In lei, territorio neutro, scevro da odi e tornaconti di popoli, sereni e in pace, alfine, il loro amore vivranno.
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https://www.algraeditore.it/narrativa/il-rosa/
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