Fiaba di Filippo Rigli

 

Questa, si diceva, questa davvero mi ci mancava. Correva a precipizio per i vicoli del borgo, Geppetto e il cuore gli scoppiava a bomba dentro il petto. Eppure ne ho viste, di cose, si diceva, mentre vedeva le lucine brillare dietro gli occhiali appannati. E il buon Dio solo sapeva se non pensava il vero, pover’uomo. Ceppi di legno che si risvegliavano e parlavano e facevano i dispetti. Ortotteri che pure quelli parlavano, e mica solo, pontificavano e salivano in cattedra e scialavano consigli neanche volessero entrare in politica, ma che ne sapeva, poi, un grillaccio, di come si campa. Felini e canidi che parlavano pure quelli, e che invece di rincorrersi si mettevano in società per truffare i ragazzini, specie quelli, mica per dire, con la testa di legno. Pure inghiottito da un pescecane, era stato, che neanche se invece che un falegname fosse stato un profeta, e pure benino ci si era sistemato, per un paio di anni, meglio che alla locanda, ci stava. Forse perché almeno il pescecane stava zitto. Senza contare il burattino che non solo parlava e faceva il discolo, ma che poi era diventato un bambino vero, il suo amore grande, il bastone della sua vecchiaia. Ma di trovarsi a scappare con uno specchio a tracolla, inseguito da una roba del genere, no, non gli era mai capitato, e nemmanco se lo sarebbe mai immaginato.

Si infilò in un vicolo e si nascose dietro un orinatoio, per tirare un pochino il fiato. Puzzava di piscio da fare schifo, ma nessuno andrebbe a cercare qualcuno dietro un orinatoio, anche se quel coso mica cercava lui, cercava lo specchio. Da dietro il vicolo arrivava il baccano bestiale che quel coso stava scatenando in paese, un’orchestra di vetri che si rompevano e donne che urlavano e uomini che bestemmiavano e monelli che se la rideva, monellacci, trovavano sempre da ridere anche sulle tragedie, pensò, meno male che il suo era diventato buono e che durante la settimana stava a studiare in convitto. Respirò forte, anche l’aria stagnava di piscio. Sono troppo vecchio per correre a perdifiato perdindirindina, si disse a voce bassa per non farsi sentire nemmeno da sé stesso, se corri a perdifiato da vecchio poi per forza che perdi il fiato, perdinci. Sulla casa che dava sull’orinatoio c’era una finestra, e al di là del vetro era poggiata una lambada a olio, accesa, e visto che c’era quella poca di luce ne approfittò per dare un’occhiata allo specchio.

E quello specchio, non c’era nulla da dire, era proprio un bel pezzo. Quello che l’aveva intagliato era davvero un signor artigiano, era ovvio, pensò con una punta di invidia. Intagliato di fino, colla base di legno di quello buono, una roba da signori, di quelli che sborsano fior di quattrini, mica come i clienti suoi, che era più le volte che pagavano in fiaschi di olio o di vino o caciotte che in soldi, quelle volte che pagavano, sospirò.

La decorazione correva lungo tutto il bordo, di bronzo cesellato a sbalzo, e rappresentava due serpenti attorcigliati, fatti così a verso che pareva fossero su punto di voltare il capo e mordere. In cima, nel mezzo delle due teste delle bestie, c’era una corona, elaborata, più da re che da nobiluccio di poco conto. Era proprio bello, quello specchio, e pesava pure per quanto bene era fatto, e però per essere uno specchio aveva un difetto, e un difetto mica da poco. Era nero, il vetro di quello specchio, nero come se ci fosse stata passata una mano di pece, e non rifletteva nulla, ma nulla di nulla, nemmeno la luce della lampada a olio sul davanzale.

Ma quando il baccano che veniva da di là del vicolo lo svegliò dal suo rimirare lo specchio, si accorse che erano proprio gli ultimi problemi suoi, la fattura del pezzo e l’invidia per l’artigliano, se artigiano era il costruttore, e non esperto di chissà quali altre arti che era poco prudente pure nominare. Appoggiò lo specchio al muro con delicatezza, come se fosse un bambino, per non fargli male, che lui ormai era aduso da sempre di legni e ora pure di figli e pure di cose che passavano da l’essere una cosa a quell’altra, e fece capolino da dietro l’angolo, per farsi un’idea di come andavano le cose, e pure per sapere che fare o almeno provarci. Oh, Madonna santa, oh madonnina, disse appena vide, e si mise le mani nei capelli bianchi, che se fossero stati neri, come vide sarebbero diventati bianchi. Era di spalle, quella cosa là, alta fino a quasi il primo piano delle case più alte, che c’era da sperare battesse il capo nei balconi, tutta fasciata di bende bianchicce e sudicie, e grugniva come un branco di maiali al trogolo e sbuffava come un bricco d’acqua a bollore e inseguiva coi braccioni lunghi protesi in avanti una folla che pareva composta di matti del nosocomio per quanto avevano paura, e c’era da capirli, poveracci, con quel coso che gli ciondolava alle spalle, e grazia di Iddio che andava piano. Era l’ultima volta che faceva un favore alla Fata coi Capelli Improbabili, accidenti anche a lei, si disse con gli occhi sgranati dietro gli occhiali.

Lei, la fata, che girava sempre vestita di celeste o blu scuro, gli era piombata in casa proprio un paio di giorni prima, e come tutte le volte per poco non lo aveva fatto morire di infarto perché invece di passare dalle porte come i cristiani normali appariva in un lampo celeste e sortiva fuori da una nebbia azzurrina. Per forza, d’altra parte era una fata. Ma quella volta era triste e piangeva, di più di triste, era proprio disperata, coi capelli blu sconvolti e il trucco turchino che gli colava giù in rigagnoli dagli occhioni celesti, anche se pure in quel modo era bella lo stesso, c’era da dirlo, che quando una è bella rimane bella anche se piange. A lui dispiaceva perché la Fata dai Capelli Pitturati con lui e il suo bambino era stata buona, e lui le doveva un grande favore, ma questa è un’altra storia, è la storia che conoscono tutti. Lei però ne aveva un’altra di storia da contare, pure quella improbabile come i suoi capelli cobalto. Allora Geppetto voleva darle un cordiale, ma mica ne aveva, non era mica un ubriacone come il suo amico col naso rosso, che faceva anche lui il falegname, però in casa un po’ di vino lo teneva sempre perché un bicchiere alla sera se lo faceva volentieri, e allora ne dette uno pure alla fata per vedere se si ripigliava. Lei però lo vuotò in una sorsata e ripigliò piuttosto un secondo bicchiere e vuotò anche quello e ricominciò a piangere. Oh, allora, o Fata, gli disse Geppetto spazientito, me lo vuoi dire o no, che ti è successo, così almeno si vede se si può rimediare, mannaggia. Allora la fata fece sì con la testa e tirò su col nasino si pulì il trucco azzurro che gli colava dagli occhi con la manica del vestito, tanto non si vedeva mica, perché era azzurro anche quello, e si mise a raccontare la storia che la faceva così piangere. Che poi più che una storia quella pareva una novella, pensava Geppetto via via che la sentiva, e però si diceva, d’altra parte una fata poteva pure darsi fosse finita in mezzo a qualche novella. Gli contò, la fata, trattenendo le lagrime, di uno specchio magico. Era uno specchio di una congrega di nani balordi e arruffoni che erano i servitori di una principessa narcolettica, che cascava sempre dal sonno, una che te la raccomando, disse la fata, e però uno stregone che era pure più balordo dei nani e della assonnata, proprio malvagio, che si celava sotto le mentite spoglie di un mago da circo girovago, glielo aveva rubato. Geppetto si grattò la barba quasi più bianca che bionda, cioè, gli chiese, perplesso, uno stregone malvagio per nascondersi si fa passare per mago da circo.

Ma la Fata dai Capelli Sconvolti, che quel giorno li aveva sconvolti proprio per davvero, gli rispose che certo, non ci poteva essere nascondiglio migliore, lui per esempio se avesse dovuto nascondersi avrebbe dovuto farsi passare da falegname, e lei da fata, ma che comunque non era quello il punto, il punto era che aveva bisogno di aiuto, perché lo specchio magico era abitato dallo spirito dormiente di una strega vecchissima, ma proprio tanto, una nata al tempo delle piramidi, vecchissima e stronzissima e molto molto potente, più dello stregone, che la voleva risvegliare per combinare chissà che cosa, ma la vecchia strega non era tipo da farsi soggiogare dallo stregone o da nessuno, e che solo i nani arruffoni e la principessa narcolettica avevano imparato un incantesimo per tenere la strega imprigionata nello specchio, e gli andava assolutamente riportato prima che succedesse chissà che cosa. Ma lei non poteva farlo, lo stregone la conosceva, erano stati compagni alla Scuola di Magia & Stregoneria, e insomma lui la doveva aiutare. Geppetto si sarebbe preso a schiaffi in faccia da solo, ma era un cavaliere e mica poteva negare il suo aiuto a una madamigella fatata in difficoltà, specialmente alla damigella fatata che gli aveva fatto quel bel regalo, il più bello di tutti, il suo bambino in carne e ossa. Ma sì che ti aiuto, Fatina, ci mancherebbe altro, ci mancherebbe, le disse, e la fata dai Capelli Che Avevano Bisogno di Una Sistemata se ne uscì con un gran sorriso da sotto le lacrime che fece aprire il cuore al vecchio falegname, che per la fata aveva sempre avuto un debole, era un segreto, o forse no, e davanti a quel sorriso non si sentiva più nemmeno così vecchio. La fata allora si versò un altro bicchiere di vino rosso e lo buttò giù alla goccia e abbracciò il vecchio e gli disse di stare tranquillo, che in caso di bisogno sarebbe arrivata, e gli stampò un bel bacio vinoso sulla bocca sdentata e poi sparì in un turbine di luce cobalto, lasciando il vecchio falegname da solo con la sua missione.

Allora il vecchio falegname si mise al lavoro, e nonostante fosse anziano e pacifico era non che se c’era da fare le cose le faceva, magari a bocca torta e cuore pesante, ma non si tirava mica indietro. Sicché si mise a girare per la città e a fare e chiedere in giro e guardare i manifesti nelle bacheche e sui muri, fino a che gira che ti gira non gli riuscì di trovare questo benedetto spettacolo di questo mago, che poi era un mago per finta e uno stregone davvero, uno stregone travestito da mago, ma dimmi te, diceva il vecchio, e si dava gli schiaffi sulla fronte e scuoteva il capo, ormai quasi più bianco che biondo pure quello, come la barba. Il tendone del mago era montato poco fuori il paese, dove cominciava la campagna. Un posto buono per montare un tendone, pensava Geppetto, buono per arraffare i quattrini e filarsela fino al prossimo paese, altroché. Non si fidava mica più, di saltimbanchi e circensi e burattinai, troppe, ne aveva viste. C’era pure diversa gente che era accorsa a vedere lo spettacolo, perché il mago si era fatto pure un nome, e tutti quelli che tornavano dallo spettacolo dicevano a quegli altri di andare a vederlo, che era bello da lasciarci le palle degli occhi, che pareva vero. Allora pagò i pochi spiccioli del biglietto e entrò nel tendone e si mise a sedere su una delle pancacce di legno che avevano montato per gli spettatori. Non aveva mica nemmeno un piano preciso, lui piani non ne faceva mai, non era buono, c’era troppo da pensare, lui improvvisava, poi qualche santo sarà, diceva.

Il mago arrivò su palco dopo che le luci delle lampade furono abbassate, in un nuvolone di zolfo che faceva impressione, e che faceva pure tossire, e lacrimare gli occhi. Aveva la barba nera a punta e gli occhi rossi e maligni sotto due sopracciglia che parevano due scopettoni, e un turbante viola e una tunica sempre viola, ma un pochino più chiara del turbante. Faceva impressione, pensò Geppetto, era proprio bravo, lo stregone, a fare finta di essere un mago. Si vedeva che era uno che aveva del mestiere, e uno col mestiere era sempre da ammirare, peccato che quello fosse il mestiere dello stregone. Il pubblico applaudiva i trucchi che pareva ammattito, perché c’era da dirlo, sembravano veri, e infatti molti si portavano la mano alla bocca e lo dicevano. Grazie al piffero, pensava Geppetto che invece sapeva, non sembravano veri, erano veri per davvero. Dopo tutti i trucchi che facevano un po’ tutti i maghi, per scaldare il pubblico che comunque già ribolliva come un paiolo di minestra sul fuoco, arrivava il pezzo forte dello spettacolo.

Due inservienti, che a Geppetto di primo acchito ricordarono un certo gatto e una certa volpe, ma no, si disse, mica potevano essere davvero quei due, e poi di gatti e di volpi era pieno il mondo alla fine, portavano a spalla una bara. Un coso enorme, che più che una bara pareva un armadio a quattro ante, e lo appoggiavano per terra inclinato, come se fosse un portone. Il mago diceva che lì dentro c’era sepolto un antico re d’Egitto, che detta così pareva pure una presa di giro, ma che re e re d’Egitto, e che lui aveva trafugato la tomba e era stato inseguito dai giannizzeri per tutto il deserto ma che poi alla fine era riuscito a imbarcarla e a portarla quaggiù. E bravo mago che vai a rubare i morti ai turchi, ma che ti gira in codesta testa, bischeraccio, pensò Geppetto. Poi il mago diceva che con un incantesimo avrebbe riportato in vita il faraone e lo avrebbe messo ai suoi comandi. Chissà come sarà contento codesto da passare da faraone e fare lo schiavo di un bischeraccio ladro e briccone, pensò Geppetto. L’incantesimo cominciava, si abbassavano le luci, il fumo pungente come l’incesso del turibolo alla messa si spargeva per la scena, il mago alzava le braccia e recitava una litania in chissà quale lingua magica con un vocione basso che faceva impressione davvero, ma ancora non era nulla. Perché quando ebbe finito la litania il mago ordinò al re di alzarsi, e allora il coperchio della bara si aprì, e sortì fuori un coso altissimo e tutto fasciato di bende. Il coso alzò i braccioni e fece un oooooooh ancora più basso di quello del mago, che pareva venire davvero da sottoterra. Allora la gente tra il pubblico cominciò a berciare di paura, specialmente le donne, e qualcuno pure fece per scappare, ma il mago disse di no, che non c’era mica da avere paura, che il faraone era sotto il suo incantesimo e obbediva ai suoi ordini, non era più il padrone dell’Egitto, era solo il suo burattino. Ma lasciali perdere, i burattini, bischeraccio, pensò Geppetto strizzando gli occhi dietro gli occhiali. Ma il faraone pareva gli desse retta per davvero, allo stregone travestito da mago, e ringhiava e camminava e faceva tutto quello che quel briccone gli diceva, e allora la gente faceva di nuovo oooooooh, ma non di paura stavolta, ma di stupore, per quanto era bravo il mago a domesticare quel coso grosso che marciva sotto le bende. Si capiva da quanto puzzava, ma non pareva farci caso nessuno, erano tutti presi a guardare con le mascelle che toccavano in terra.

Mentre tutti erano distratti a rimirare la mummia Geppetto si alzò alla zitta e senza farsi notare da nessuno si defilò dalla folla e sortì dal tendone e fece il giro e si trovò davanti il carrozzone del mago. Era un carrozzone tutto ritinto di nero, di legno balordo ma spesso con due ciuchini attaccati poco lontani che brucavano una balla di fieno con le orecchie basse. Nel mezzo delle pareti nere c’erano due finestrelle da tutte e due le parti, coi vetri cos’ lerci che pareva non li avessero puliti da quando Adamo dette retta a Eva e fregò la mela al Padreterno, e dietro ai vetri incrostati di sudicio erano tirate delle tende viola, di quelle buone, tinte a porpora, parevano. Si avvicinò a un delle finestre lerce, e se pure a toccarla gli faceva schifo, si mise a provare a aprirla.

Geppetto non era mica un ladro e uno scassinatore, però era un falegname, e gli capitava spesso di lavorare alle finestre, compresi in fissi e maniglie e serrature, e gioco forza un pochino ci chiappava, e dopo un poco che trafficava la serratura scattò con uno schioccò e la finestrella si aprì. Ora veniva il bello, perché quella accidenti di finestrella era alta, e un conto era arrivarci con le mani e un altro era tirare su tutto quel sacco di ossa vecchie che era lui, e una volta su passarci, da quel buco, che oltre che alto era pure stretto, per fortuna che lui era secco secco, pareva ciucciato dalle streghe, e siccome non era uno che si dava per vinto, con un poco di sforzo e qualche moccolo a mezzi denti ce la fece a tirarsi su e sgattaiolare dentro il carrozzone, anche se atterrò con un tonfo picchiando pure una bella culata. Per fortuna nessuno lo sentì, perché erano tutti presi dallo spettacolo. Si alzò e si massaggiò un poco il sedere, di sicuro aveva un bel livido viola come le tende alla finestra, ma meglio lì che in testa, si disse, che mica doveva vederlo nessuno. Tirò fuori la scatola dei fiammiferi dal taschino e ne accese uno. Si trovò davanti un lenzuolo bianco che pareva un fantasma e per poco non gli venne un coccolone.

Ma non era mica un fantasma, e il coccolone non gli venne, era un lenzuolo e basta, e allora preso dalla stizza per via dello spavento lo agguantò, quel lenzuolaccio, e lo tirò via d’un colpo, e toh, sotto il lenzuolo c’era uno specchio. Aveva da essere quello specchio, quello che la Fata dai Capelli un po’ Strani aveva mandato a cercare. Ma ci stava pure fosse uno specchio e basta, e allora accese un fiammifero e si mise a guardarlo, per essere sicuro. Appena la fiammella illuminò un poco il pezzo capì subito che era quello, perché corrispondeva per segno e per filo alla descrizione che la squinternata bluastra gli aveva fatto. Allora lo prese sottobraccio e andò alla porta del carrozzone. Mosse un passo e gli sembrò però di sentire un sussurro, e gli si ghiacciò il sangue e si girò a guardare, ma nel carrozzone non c’era proprio mica nessuno. La devo smettere di immaginarmi le cose, si disse a voce bassa picchiandosi la mano sulla fronte rugosa, e poi girò la maniglia con la mano vuota. Fortuna che la porta da dentro si apriva, perché non gli sarebbe mica riuscito di passare dalla finestrella con tutto quell’affare di specchio sul groppone.

Fece capolino a destra e a sinistra, e quando fu sicuro che in giro non ci fosse nessuno allora sortì di soppiatto dal carrozzone col passo felpato da gatto, un piede alla volta, tirando il fiato per averla scampata bella. Fu allora che si trovò davanti lo stregone. Gli venne un altro coccolone, per poco non gli cascò lo specchio di mano, era già il terzo quel giorno, alla fine sarebbe schiantato di crepacuore, si disse, ma ora aveva altri problemi. Sì, perché quel tizzone barbuto nasuto e cigliuto era davanti a lui nel pastrano viola che pareva un curato, coi pugni serrati sui fianchi e lo guardava in cagnesco con gli occhiacci rossi. Oh brutto finocchiaccio, gli disse coi denti stretti, ma che contavi di gabbare me, che pensavi che non ti avessi visto dal palco. Geppetto fece un passo indietro senza sapere che fare, perché quello era uno stregone vero, faceva solo finta di essere un mago da circo, e era capace di buttargli addosso fulmini dalle maniche del pastrano o dagli occhi e bruciarlo con tutte le scarpe, forse. Tu m’hai fregato lo specchio, disse a bocca torta, vecchiaccio, ladraccio, è mio, ridammelo. Non è il tuo nemmeno per scherzo, gli rispose Geppetto arrabbiato anche lui, perché non gli piaceva mica farsi chiamare ladro da un ladro, lui era in missione, altroché. Te sei un ladro, e lo hai rubato te lo specchio, io sono venuto per riportarlo al padrone. Chi ti ci ha mandato, vecchiaccio, fece quell’altro con una voce che pareva un cane con la rabbia, e fece un passo avanti agitando i pugni. Geppetto allora gli tirò una gran botta con lo specchio, senza pensarci, come la zampata di una gatta, e lo prese nel capo con la cornice, che era di legno buono, e perciò bella dura. Ohio, disse il mago, e cascò per terra, e Geppetto ci rimase male anche lui, perché non era un violento e gli spiaceva di fare male a qualcuno, fosse pure un briccone come quello lì che frignava per terra. Fece quasi per chinarsi a tirarlo su, ma quello prese a berciare, e da dentro il tendone arrivarono a corsa i due aiutanti che lo tirarono su. Ma il mago li spintonò via, ma che fate brutti bischeri gli disse, o che non lo vedete che mi ha rubato lo specchio, e pigliatelo no. Ma Geppetto si era già bello che dato a corsa, con lo specchio sotto il braccio. E Madonna, come correva.

E pure quelli dietro correvano, e vociavano e agitavano i pugni, i due assistenti che gli pareva di conoscerli e il mago che si teneva il capo con una mano e i lembi del pastrano per non inciampare con l’altra, e pareva una scena del circo pure quella, il vecchio che si dava a corsa con lo specchio sottobraccio e quelli a dargli dietro. E correvano, sì, ma mica come Geppetto, che aveva paura lo cazzottassero bene bene, e lui di una cazzottatura non aveva mica voglia, e la paura si sa, ti mette le ali anche alle scarpe vecchie, anche se sei vecchio te. E infatti a un certo punto, visto che ogni tanto si voltava indietro a guardare se erano vicini, col rischio pure di andare a sbattere in un carretto o in un lampione, visto che erano già arrivati alle prime case a furia di sgambare, a un certo punto insomma si girò e non li vide più, e allora forse forse si sono sdati, pensò il vecchio che non aveva più fiato e gli dolevano le gambe. E in effetti aveva un pochino ragione, quelli si erano sdati. Ma non ragione del tutto, perché invece che correre loro, quei bricconi erano andati a chiamare la mummia, e quella non si era fatta troppi problemi a regola, a giudicare dalla baraonda che era successa in paese quando la gente l’aveva vista. E allora alla fine Geppetto si era nascosto nel vicolo, dove lo avevamo lasciato al principio di questa storia. E al principio di questa storia Geppetto lo avevamo lasciato che guardava lo specchio, e mica solo per vedere come era fatto e quanto era bello, perché sarebbe stato da incoscienti mettersi a questionare di lavoro in mezzo a tutta quella fiera, ma soprattutto per vedere se ne poteva cavare qualche soluzione, dallo specchio, che era magico, dopotutto, e doveva saperla lunga. Ma mentre lo guardava, dal vetro nero apparve una faccia, un muso affilato con gli occhi neri, con in capo una corona che arrivava fino giù alle orecchie, e il muso lo guardò male e gli fece pure una boccaccia. Geppetto prese un altro bello spavento e cascò all’indietro col culo per terra, oh madonnina mia disse, e si levò gli occhiali e si stropicciò gli occhi, ma il muso era sparito. Ci guardò bene dentro ma il vetro era tornato nero e opaco come le lavagne a scuola, quelle dove i maestri ci mettono dietro in castigo i discolacci. Ma guarda te che burle che fa questo pezzaccio di legno e di vetro, si disse Geppetto, ma sarà possibile che alla mia età mi debba far prendere per il naso da uno specchio, avoglia che sia magico. Geppetto, si sentì chiamare da delle vocine mentre era ancora per terra appoggiato sui gomiti. Si girò di qua e di là per vedere chi lo chiamava, perché non era stato mica lo specchio, che aveva un vocione, mica una vocina, e nemmeno quei bricconi che gli davano dietro, quello stregone travestito da mago, che lui invece aveva proprio una vociaccia. O chi mi chiama, disse Geppetto a voce alta, o che sento le voci, sarò mica diventato grullo per davvero. Geppetto, fecero ancora le vocine, o dove tu guardi, siamo qui, dabbasso. Allora Geppetto guardò in giù, dove c’era lo spioncino di una cantina, e aggrappati alle sbarre della grata c’erano tre topolini. Erano loro che lo chiamavano. Tre topolini bellini, con le giacchette e le braghette celesti, e gli occhietti furbi e i dentini a punta per rodere il legno, acciderba a loro. O voi, gli disse Geppetto, o chi vu siete, e come vu fate, a conoscermi. Quelli risero, una bella risatina prima a turno e dopo tutti insieme, a crepapelle, ma di contentezza, si capiva, mica per prenderlo per il sedere. Ti si conosce sì, dissero i topini appena finito di ridere, ci ha mandato la Fata, per aiutarti. O che s’è messa pure a ammaestrare i topi, quella, sbottò Geppetto. I topini spalancarono le boccucce e fecero un oooooooh in coro, poi fecero le facce indispettite. Bada che ce lo ha detto la Fata che sei un vecchio boticone, dissero. Toh, fece lui, ma sentili, questi topacci sdegnosi. Gnamo, su, dissero i topini, rizza il culo di terra e piglia lo specchio e vieni quaggiù, che se no la mummia piglia te alla fine. O grullini, gli disse Geppetto mentre si tirava su di terra, io non ci passo mica dalla grata, non sono mica un topo, sono un cristiano. Passa dalla porta, bischeraccio, fecero i topi, e sparirono nella cantina.

Allora Geppetto si tirò su e pigliò lo specchio sottobraccio e fece il giro dell’angolo fino a che non trovò una porticina socchiusa, bah, si disse, speriamo sia questa, e la infilò. Sulla destra c’era una scala che portava dabbasso, e lui la scese piano per in inciampare e rompere lo specchio, ci sarebbe mancato solo quello, c’era già troppa baraonda intorno a quel pezzaccio d’antiquariato. Oh, topini, che siete costaggiù, disse quando era già quasi in fondo. Sììììììì, rispose un coro di vocine, ma che ti movi, ma quanto ci metti. Geppetto sbuffò, erano proprio insolenti questi topi ciarlanti. Arrivato in fondo non ci vedeva quasi nulla, c’era un buio pesto. Sentì i topini trafficare e poi vide accendersi una fiammella di un fiammifero che ne accese un’altra di una candela, posata su un vecchio comodino mezzo marcio in un angolo. I topini tenevano il fiammifero con due braccia come la torcia di una processione. Ora sì, prima no, disse quello che aveva acceso la candela, e tutti e tre presero a ridere a crepapelle fino a che non ruzzolarono giù dal comodino e continuarono a ridere. Bah, disse Geppetto, gente allegra l’aiuta il cielo, e speriamo valga anche per i topi, e che ci aiuti per davvero. Si guardò intorno alla luce della candela. Era una cantina diaccia e umida, tutta spoglia, non c’era nulla dentro di quella roba che di solito sta nelle cantine, a parte il comodino vecchio, né botti né salami appesi, né vecchi ritratti di antenati morti, proprio nulla, nemmeno una seggiolina per riposare un poco le anche stanche. Appoggiò lo specchio al muro, piano piano, come se fosse un bambino, poi si girò verso i topini. Allora, che siete in comodo, o topi burloni. Quelli si asciugarono le lacrime con le maniche delle giacchette da bambola, scusa, Geppetto, ma quando ci piglia il ridere non ci riesce di smettere, ma ora hai ragione, c’è da fare i seri, dissero. Allora, dissero, bisogna far smettere la mummia di fare bordello là fuori, dissero. E come contate di fare, un povero vecchio e tre topini, di fermare quel coso là fuori, quel mostro. I topini scossero le testoline. Non mica un mostro sai, dissero tutti seri, e non è nemmeno pazzo o cattivo, è un re, un imperatore, è prigioniero e va liberato.

E come si libera, un imperatore indiavolato avvolto di fasce, chiese Geppetto grattandosi il capo candido. I tre topini a sentire Geppetto bofonchiare dubbioso stettero lì per ricominciare a ridere, ma il vecchio gli fece gli occhiacci e si trattennero. Scusa, scusa, scusa, dissero uno dopo l’altro. Per liberare il re d’Egitto bisogna risvegliare lo specchio, perché solo lui lo può fare. O madonnina, disse Geppetto sconsolato, siamo daccapo, e lo specchio come caspita si dovrebbe fare a risvegliarlo, ma che mi fate, gli indovinelli, accidenti a voi. No, no, fecero i topini in coro, saltellando che parevano più grilli che topi, ci pensiamo noi, a risvegliarlo. Voi, chiese Geppetto, o che sapete la magia, pure voialtri, bah, si son fatti tutti maghi, oggigiorno. Noi, noi, dissero i tre topini d’improvviso tutti seri, siamo allievi della Fata Dai Capelli Turchini, che non le vedi le divise, vecchio boticone. Bah, fece Geppetto, o giù s’accomodino, le vostre signorie. Fatti più in là, dissero i topini, verso lo spigolo, e lasciaci fare, e se la luce diventa troppo forte copriti gli occhi, che sei già mezzo cieco di tuo. Ma bada questi, ma sentili, sbuffò Geppetto, che però gli detta retta, e andò a accoccolarsi in fondo alla stanza, pronto a coprirsi gli occhi, se i topini avessero tirato fuori qualche diavoleria, di quelle parecchio luminose.

I topini si presero per le manine e si zittirono, con gli occhietti chiusi e le testoline basse, per concentrarsi. Geppetto li guardò zitto, alla luce fioca della candela che lo specchio nero come un pozzo non riusciva a riflettere. I topini poi alla fine alzarono le teste, e senza aprire gli occhi attaccarono una litania incomprensibile, per Geppetto poi gli incantesimi erano tutti ostrogoto, una litania che anche se era recitata con le vocine squittenti dei topi faceva lo stesso un po’ di paura, come tutte le cose magiche. Quando la litania finì il topino nel mezzo dei tre aprì gli occhi, appari, stregone dello specchio, disse con la vocina, io te lo ordino. Lo specchio cominciò a brillare, e fece una gran bella luce che illuminò a giorno la cantina scarna, e Geppetto si coprì dapprima gli occhi con le mani, ma siccome era troppo curioso quando gli parve che la luce calasse apri un poco le dita per guardare. Nello specchio, che ora brillava di un chiarore palliduccio, era tornato il muso con il capello che gli aveva fatto le boccacce nel vicolo. Un muso lungo e ingrugnato che strizzava gli occhi e guardava male i topini oltre il vetro. Chi siete, disse, che volete, che avete da rompere i corbelli, lasciatemi dormire. I topini, appena lo sentirono ragionare, presero a esultare e a saltellare e a abbracciarsi, evviva, evviva dicevano, siamo stati bravi, lo specchio ci ha dato retta.

Il muso si ingrugnì ancora di più, fece una faccia che metteva paura, ma che volete, disse di nuovo con un vocione ancora più fosco, prima quel fenomeno da baraccone e poi una nidiata di topi, mi dovete lasciare perdere, io sono vecchio e stracco e voglio dormire, non devo dare retta proprio a nessuno, io. I topini cascarono tutti e tre per terra come se il vocione gli avesse fatto vento, ma si rizzarono quasi subito e ricominciarono a squittire, no specchio, squittirono, è successo un pandemonio, lo stregone che ti ha rubato ha risvegliato la mummia, e quella ora va girando per il borgo e mette tutto sottosopra e te ci devi aiutare a fermarla prima che faccia ancora più danno, non vorrai mica che qualcuno si faccia male, dissero. Nooooooo, fece il vocione del muso nello specchio, a me non me ne importa un accidente, a me mi dovete lasciare perdere, non ci voglio entrare nulla, io con codeste storiacce. Allora i topini si ingrugnirono, bada specchio, gli dissero, che se non ci aiuti ti si riporta dalla principessa scorbutica e da quei balordi di nani, e quelli lo sai che ti fanno, ci sta che ti appendano nella loro casupola e ti adoperino per fare a gara a chi c’ha il cimbello più lungo, non ci si mette mica nulla, sai.

Nooooooooo, fece ancora il muso nello specchio con quel suo vocione che faceva tremare i muri della cantina, sempre più ingrugnato, con gli occhiacci strizzati fino alle lacrime, non ci voglio tornare da quella donnaccia e dai nani coi loro cimbelli. I topini allora presero a ballare e a abbracciarsi. Geppetto guardava la scena con due occhi così che quasi gli cascavano da dietro gli occhiali spessi, madonnina, che teatrino, borbottava. Bravo, bravo, dissero i topini al muso nello specchio, noi si sapeva, che eri uno specchio ragionevole, te dacci retta e poi ti si fa riportare in Egitto dalla dama coi capelli celesti, promesso. Il muso nello specchio sospirò, va bene, disse, siamo d’accordo, portatemici, disse, svegliatemi quando si arriva. Poi la testa chiuse gli occhi, abbassò la fronte aggrottata, e con un russio leggero sparì. Lo specchio era tornato nero. Ma che dorme sempre questo, disse Geppetto. I topini si girarono verso di lui, eh, che vuoi fare, è vecchio, poveraccio. Poi presero a correre in cerchio, andiamo, andiamo Geppetto, piglia lo specchio, che bisogna fare in fretta. Diamine, disse Geppetto, tanto ne ho fatta poca, con codesto specchio cianciante sopra il groppone. Andiamo, andiamo, dissero i topini, non fare il boticone anche te, sei peggio dello specchio. Geppetto sbuffò, ma non disse nulla, si caricò lo specchio in spalla e prese le scale dietro ai topini, che correvano e squittivano e ridevano che parevano matti.

La porta sulla strada pareva un teatrino, ora la folla era scappata pure nei vicoli per darsi pace dalla mummia, che si sentiva mugliare in sottofondo con il vocione da basso che pareva un torrente che avesse straboccato. Mannaggia, disse Geppetto, o come s’ha da fare, mentre i topini avevano messo le mani sui cappellini per lo stupore. Geppetto posò lo specchio e prese i topini e se li infilò nel taschino, venite qua, voialtri, disse, che se no vi perdo e alla fine vi pesticciano, così piccini. Quelli misero fuori le testoline dal taschino come tre marinaretti su una barchetta, andiamo, andiamo facevano, e allora Geppetto riprese lo specchio sottobraccio e sortì. Madonnina, povero vecchio fece Geppetto, perché fuori pareva di essersi infilati in corsa campestre e di farla contromano, e era tutto un bociare e sgomitare, e Geppetto pigliava botte su botte e barcollava coi topi nel taschino e lo specchio sottobraccio, e aveva paura gli cascasse e di romperlo, e ci mancava solo quello, che se si rompeva erano del gatto e pure della volpe, lo sapeva bene, ma il vecchio stringeva i pochi denti e resisteva e andava avanti, perché era un vecchio forte, più di quello che dava a vedere.

E allora mena e picchia e pinta e sbraita arrivarono contromano nella fiumana di cristiani impauri a una piazzetta e finalmente si trovarono davanti la mummia. Geppetto, che di già era tutto stronco e sudato di suo, e nonostante ne avesse viste di crude e di tiepide, ci mancò poco non gli venisse un coccolone, a vedersi quel coso davanti. Perché per forza la gente scappava, quel coso faceva paura davvero, lungo e stretto e coperto di bende, e aveva certi braccioni lunghi, e c’era da credersi che la gente scappava e berciava che parevano ossessi, e per fortuna che non aveva abbrancato nessuno, perché paura faceva paura, ma per fortuna camminava lento, e da quello che si vedeva da dove le bende si erano strappate perdeva pezzetti di roba scura e polverosa. Ma aveva una forza che non ci si credeva, e proprio mentre arrivarono stava scuotendo un carretto di un ambulante che a tirarlo non sarebbe bastato un paio di ciuchi, e quello lo aveva chiappato con le manone come se fosse un balocco e lo sbriciolava. Gesù, Madonna e tutti i santi, disse Geppetto che aveva il fiatone, veloci, topini, svegliate il muso, prima che questo ci tiri in capo il carretto e ci schiacci come formiche. Sì, sì, squittirono i topini, scendici, e posa lo specchio. E Geppetto allora gli dette retta, posò lo specchio in un angolo e si levò i topini dal taschino, e poi si rimise a guardare la mummia, con la tremarella alle gambe e senza sapere che fare.

Sveglia, berciarono i topini correndo in cerchio davanti allo specchio, sveglia specchio. Lo specchio cominciò a sbrilluccicare e poi pian piano apparve il muso imbronciato. Che c’è, ma perché non mi lasciate mai dormire, accidenti a voi e chi vi manda, disse il muso, con gli occhi strizzati per il sonno. C’è la mummia, ma che non lo vedi, forza, dissero in topini, e si fecero in disparte, ruzzolando sule zampine. Il muso aggrottò la fronte e guardò a destra e a sinistra come per capire dove fosse. O che vole, che gli si porti un caffè, disse Geppetto, ma nessuno lo sentì’, perché c’era troppa confusione. Poi il muso vide la mummia, e spalancò la bocca, come quando rivedi un vecchio amico di quando eri ragazzo che hai perso di vista da parecchi anni. Fermo, disse con un vocione che fece tremare i muri delle case e sovrastò pure il baccano della folla. E oh, pensò Geppetto, alla fine quel muso nello specchio lo sapeva quello che faceva, o almeno pareva, e c’era da sperarlo, perché la mummia smise di sbatacchiare il carretto e si girò verso lo specchio e lo guardò, con gli occhi neri come la pece, da sotto le bende. Ma lui invece non lo ebbe a riconoscere, perché si mise a ringhiare, un ringhio basso e minaccioso come quello di un cane grosso di là da un cancello.

Ma il muso nello specchio non si fece mica mettere paura, anzi, anche forse perché era dentro uno specchio, e peggio di così che gli aveva da capitare, pensò Geppetto, ma insomma quello rispose. Vergognati, disse con quel suo vocione tonante, che coprì pure il ringhiare da cane del coso lungo. Ti comporti a guisa di un barbaro, terrorizzi le genti, disse, un malfattore ti ha ridotto suo schiavo e incatenato al suo volere, fece il muso. La mummia continuava a ringhiare, ma pareva anche che lo stesse a sentire, a quel vocione, che gli sembrasse familiare e che forse gli potesse dare retta. Ma tu non sei nato schiavo, tu una volta guidavi il tuo popolo, conducevi eserciti, onoravi gli dei e edificavi templi maestosi in loro onore, disse. Chi ti ha ridotto allo stato di bestia non vale una fibra dei tuoi calzari reali, potente re, io lo so bene, io ti conoscevo e ti riconosco allora nonostante le bende e il tuto stato ferale, giacché io ero il tuo mago di corte, disse.

Il coso lungo gli stava davanti e lo guardava, e non sapeva che fare, pareva forse sapere di cosa blaterava lo specchio. Senti come parla bene codesto muso scorbutico, quando vole, pensò Geppetto, alla fine anche se è dentro uno specchio è uno che la sa lunga. Guarda, potente re, fece intanto quello, guarda chi eri, guarda quanto era grande la tua magnificenza, guarda chi ancora sei, sotto codesta guisa di bestia. E poi il muso dallo specchio scomparve dentro una luce forte, e dentro lo specchio cominciarono a vedersi delle immagini, come se fossero vere, e si vedevano torme di uomini che spostavano pietre squadrate e giardini immensi e costruzioni a punta grandi più delle cattedrali, e un trono tutto d’oro e un re tutto vestito di lino bianco con una corona in testa tutta d’oro pure quella, e donne bellissime che ballavano in cerchio e persone che si mettevano in fila davanti al re per portagli regali e gioielli e pergamene. E quella sì che era proprio una magia, pensava Geppetto, che per non sapere né scrivere né leggere aveva capito che quelle cose erano successe tanti anni prima, e che quel re così bello e potente era proprio lui, quel coso lungo e mezzo marcio che faceva tanta paura. Ma pure lui si riconobbe, in quelle immagini che si vedevano nello specchio.

Geppetto lo capì subito, perché la mummia smise di ringhiare e poi si mise le manone fasciate sulla faccia, come per coprirsela per la vergogna, e al posto del ringhio si principiò a sentire un mugolio fondo, e dei singhiozzi così forti che parevano portoni sbattuti di forza. Intanto Geppetto e anche i topini guardavano la scena a bocca aperta, e le immagini sbiadivano e nello specchio ritornava il muso. Maestà, non piangete, disse il muso, dato che niente è perduto, e se volete vi riporterò a casa, nel vostro regno, e nel vostro tempo, disse quello, e pareva un vescovo che cantava la messa di Natale, per quanto era solenne il suo vocione. La mummia allora si levò le mani di faccia, e aveva degli occhioni scuri pieni di lacrime, che invece di un mostro che faceva paura pareva un bambino che l’avesse avuto lui, un bello spavento, e se non fosse stato così grosso e puzzolente di marcio in quel momento Geppetto sarebbe andato a fargli una carezza, con quel cuore di babbo che si ritrovava in petto. Ma non ci fu bisogno nemmeno di quello perché il coso lungo cadde in ginocchio e fece di sì con il capo, e allora il muso nello specchio chiuse gli occhi e una luce fortissima uscì da dentro la cornice e prese in pieno la mummia, che ancora inginocchiato spalancò le braccia come un Cristo sulla croce e poi disse qualcosa in una lingua che nessuno sapeva e dopo sparì la luce e al posto suo c’era solo un mucchietto di bende sudicie per terra.

Ma la baraonda non era mica finita, perché intanto la gente che era scappata mica tutta si era data per vinta, e alcuni tra quelli, i più temerari o forse i più bischeri, che poi spesso sono gli stessi, si sa, erano andati a pigliare torce e forconi e si erano radunati per dargli il fatto loro, al mostro, e ora che il mostro non c’era più c’era il pericolo che se la andassero a pigliare con qualcuno a casaccio che non ci incastrava nulla e facessero, quelli sì, più danno del mostro. E così proprio mentre questa ronda rabbiosa andava girando per le vie del borgo urlando e sacramentando come una torma di turchi e arriva verso la piazza, pure lo stregone travestito da mago ci arrivò, dalla stradina opposta, con dietro quei due volponi del gatto e della volpe, e quando quello vide Geppetto gli puntò il ditaccio contro, tu m’hai fregato lo specchio, gli fece, e tu mi hai fatto anche sparire la mummia, disse quando buttò l’occhio sulle bende sudicie ammonticciate per terra.

Ma Geppetto non gli stava mica bene di farsi dare del ladro da quello, che lui si era un ladro, proprio un pezzo di briccone di stregone travestito da mago, accidenti a lui, e allora Geppetto aveva proprio finito la pazienza, e allora cacciò anche lui fuori il suo dito bello nodoso, da falegname, sei te il ladro, te hai rubato lo specchio, e hai pure sguinzagliato quel coso lungo e bendato a fare tutta quella confusione, e noialtri qui, invece, abbiamo rimesso le cose a suo posto. Poi si girò vero la folla colle torce e i forconi, che non aveva più il mostro da linciare ma gli era rimasto il prurito alle mani, perché gli va via difficile, quello, alle folle coi forconi, c’è sempre qualcuno da rincorrere e un untore vale quell’altro, come diceva sempre a Geppetto quel suo amico di Milano che gli garbava di sciacquare i panni nell’Arno come una lavanderina, lo avete visto tutti, gli fece Geppetto alla folla col vocione che pareva quasi quello dello specchio, che nel mentre era tornato a essere uno specchio e basta, il muso era sparito.

La folla era indecisa, perché una folla mica pensa, sbraita e corre e bastona e basta, e quelli le teste se grattavano, e non sapevano da che parte farsi. Poi arrivarono di corsa due carabinieri, coi pennacchi sui cappelli e i baffoni spioventi, che dovevano aver fiutato aria di buriana, perché come arrivarono si piazzarono davanti alla gente coi pugni sui fianchi, facendo gli occhiacci. Ordine, berciarono, e la folla si zittì, che succede qua, chiesero. Questi arrivano sempre dopo i fuochi, disse qualcuno senza farsi vedere, chi parlato, disse il maresciallo, ti ho sentito sai, malandrino. Un vecchio con una zappa in mano si fece avanti, mah, disse, qui qualcuno ha rubato uno specchio a quell’altro, ma non si capisce mica bene chi è stato. Intanto lo stregone alla vista dei gendarmi aveva cominciato alla zitta a defilarsi a passettini, ma Geppetto se ne avvide, oh allora, fece ai carabinieri, è quello il ladro, pigliatelo.

No no no, fece quell’altro, colto sul fatto e sbracciandosi come se fosse caduto in mare, nemmeno per sogno, io sono un artista, un prestigiatore, e il ladro è codesto torsolo, che mi ha fregato uno specchio che era di mia nonna e che ci lavoro pure. Allora Geppetto si che si arrabbiò, diventò tutto rosso che pareva il suo amico Mastro Ciliegia, e andò pure verso il mago agitando il pugno, e gli avrebbe tirato davvero un cazzotto nel capo, se i gendarmi non si fossero messi alla svelta nel mezzo. Ma in mezzo a tutto questo teatrino ci fu un lampo di luce azzurra che mancò poco accecasse tutti, e in mezzo a questo lampo apparve la Fata dai Capelli Freschi di Parrucchiere, coi capelli azzurri e tutta vestita di azzurro e bella come un sole azzurro, e tutti fecero ooooooooh a vedere tutto questo azzurro.

Buonasera signora Fata, dissero i gendarmi, levandosi il cappello. Buonasera, signori, rispose la Fata. Ve lo racconto io come stanno le cose, lo specchio è mio, e quel malandrino me lo ha fregato, e avevo incaricato il buon Geppetto, qua, di riportarmelo. Allora, stando così le cose, dissero i carabinieri, e si rimisero i cappelli e andarono verso lo stregone che prese a scappare, accidenti a te e tutto codesto azzurro, fece a tempo dire, mentre i carabinieri gli davano dietro a rotta di collo. Ma giù in fondo al vicolo quello buttò qualcosa a terra e sparì in un nuvole nero che pareva fumo di carbone, mentre i carabinieri si grattavano i baffi e tossivano senza più raccapezzarcisi. Intanto i topini che si erano nascosti dietro una grondaia per non farsi pestare dai passanti sortirono fuori, fatina, fatina, dissero alla dama celeste, siamo stati bravi, hai visto. Sì, bravi, disse lei chinandosi, bravi i miei topini, lo sapevo che su di voi potevo contare, ora tornate a casa, che vi ho lasciato una bella forma di formaggio coi buchi per premio. Quelli esultarono e ballarono, salutarono la Fata e Geppetto e sparirono dentro un tombino. Bravi davvero, codesti topastri, disse Geppetto alla Fata. Sì, rispose lei, e anche te sei stato bravo, caro il mio vecchiarello, vieni, piglia lo specchio, che ci si leva di qui.

Geppetto prese lo specchio e la dama azzurra schioccò le dita e le dita sprizzarono un lampo azzurro più piccolo di quello di prima ma sempre potente e come per magia, cioè proprio per magia, si ritrovarono dentro la casa di Geppetto, che si grattava la testa candida, perché lui a certe cose mica gli riusciva di abituarcisi. Dammi un momento, disse la Fata, bah, anche due, fai il tuo comodo, rispose l’altro, basta non tu faccia danni che se no mi tocca di dormire sotto il ponte, che è di già abbastanza affollato. La Fata poggiò lo specchio alla parte e tirò fuori una bacchetta e la picchiettò sopra la cornice. Lo specchio si illuminò e apparve il muso. Era tutto imbronciato e strizzò gli occhi e stava per ricominciare la tiritera di non dargli noia e lasciarlo dormire ma appena si trovò davanti tutto quello splendore azzurro pure lui si aprì in un sorriso da bambino contento. Oh, Fata, disse, sei te, ma allora è andato tutto bene. Sì vecchio mio, disse lei, è andato tutto bene, e è tutto merito di Geppetto, lo dovresti ringraziare. Il muso si voltò, la ringrazio signore, disse, ha dimostrato coraggio da eroe e animo nobile. Geppetto si alzò in piedi, tutto rosso, ma si figuri signore, si fa quel che si pole, e comunque senza la fata e i topini non avrei compicciato mica nulla, sa. Orsù, disse la fata, basta coi convenevoli, si va a casa disse. Agitò la bacchetta come per dirigere l’orchestra e ci fu uno scintillio a turbine azzurro intorno allo specchio, e quello prese a roteare, grazia Fata Turchina, grazie Geppetto, fece ancora in tempo a dire, e poi sparì. Geppetto si passò la mano sulla barba bianca. Allora è andata per davvero, disse, l’hai mandato a casa. Sì, fece la Fata dai Capelli di Lampo, è nella sua piramide, col suo faraone, nel lontano Egitto, e dorme in pace. Geppetto sospirò, si sentiva vecchio e stanco e tutto indolenzito, ma era contento. La dama azzurra lo abbracciò forte, bravo il mio vecchiarello, gli disse piano in un orecchio, ora ci si può anche rilassare, e lo spinse piano verso il letto, e Geppetto ci si lasciò spingere.

Poco dopo Geppetto era ancora sdraiato sul letto senza fiato con la testa che gli girava e la fata era allo specchio che si tirava su il vestito.

Grazie ancora, disse al vecchio senza girarsi, sei stato proprio bravo. Poi si voltò a guardarlo e gli fece l’occhiolino, non ci fare la bocca però, gli disse con un sorriso che era tutta una luce azzurra. Ci si vede, disse la Fata Dai Capelli Ancora un Poco Spettinati, e schioccò le dita e sparì in un lampo azzurro. Ciao bella dama, disse Geppetto appoggiato coi gomiti sul letto, e con la mano mandò un bacio al lampo azzurro che principiava a svanire. Poi si alzò, si tirò su i calzoni e si mise a riassettare casa, canticchiando un’aria dell’opera, che ormai si era fatto sabato, e tornava Pinocchio dal collegio, e canticchiava, il vecchio, che insomma ne aveva di motivi per esser contento. Poi una bussata alla porta bambinesca e furiosa lo strappò al canto, o chi c’è, disse, arrivo, arrivo. Aprì la porta e Pinocchio gli saltò al collo, babbino, babbino gli disse, e era così bello e biondo e discolo che a Geppetto gli venne quasi da piangere per la contentezza. Pinocchio si staccò, babbino, disse, sapessi quante me ne sono successe, quante ce n’ho da raccontartene. Geppetto si asciugò gli occhi umidi, sono tutt’orecchie bambino mio, gli disse, e lo abbracciò più forte di prima.

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