Di redazione
C’è una parola che risuona come un mantra rassicurante in ogni momento di crisi, una parola che ci viene somministrata fin da piccoli come una medicina per l’anima: speranza. Ci viene detto che è l’ultima a morire, che muove le montagne, che è il motore del domani. Ma se dietro questa veste luminosa si nascondesse la più sofisticata delle trappole?
Se la speranza fosse, in realtà, una brutta parola da bandire dal nostro vocabolario?
L’idea è tanto provocatoria quanto lucida: la speranza è l’invenzione di chi ha interesse a mantenerci fermi. È lo strumento perfetto di chi, dall’alto di una posizione di privilegio, sussurra ai sottomessi e agli sconfitti: “State buoni, non agitatevi. Oggi soffrite, ma domani vi riscatterete. E se non accadrà in questa vita, la vostra ricompensa sarà nell’aldilà”.
A ben vedere, la speranza ha una natura profondamente passiva. Chi spera non agisce: aspetta. Aspetta che il tempo sistemi le cose, che la politica migliori da sé, che un intervento divino o la pura fortuna ribaltino le carte in tavola. In questo modo, la speranza si trasforma in un formidabile anestetico sociale.
Rimandando la felicità e la giustizia a un domani indefinito — o peggio, a una dimensione ultraterrena — si svuota il presente della sua urgenza. Si legittima l’ingiustizia di oggi in nome di una promessa di domani. È la logica del riscatto posticipato, una cambiale in bianco che il potere firma ai diseredati per assicurarsi che non si ribellino ora.
Chi vi dice di sperare, spesso vi sta chiedendo di accettare.
Storicamente, questa trappola ha vestito i panni della promessa religiosa: la sofferenza terrena come passaporto per la beatitudine eterna. Oggi, in una società più laica, la trappola si è semplicemente rifatta il look. La promessa non è più necessariamente l’aldilà, ma il “prossimo futuro”: la prossima riforma, il prossimo ciclo economico, la prossima tecnologia miracolosa. Il meccanismo psicologico, però, resta identico: spostare l’obiettivo sempre un passo più in là, per fare in modo che nessuno si concentri sul disastro di questo preciso istante.
Sostituire la realtà con l’orizzonte è il modo migliore per evitare che le persone pretendano ciò che spetta loro di diritto qui e ora.
Rifiutare la speranza non significa sprofondare nel nichilismo o nella disperazione distruttiva. Al contrario, può essere l’atto più liberatorio e rivoluzionario possibile.
Quando smettiamo di sperare che le cose cambino da sole, accade qualcosa di straordinario: siamo costretti a farle cambiare noi. La disillusione diventa così il motore dell’azione. Chi non ha più promesse a cui aggrapparsi non può fare altro che rimboccarsi le maniche, protestare, pretendere e costruire.
La speranza ci rende spettatori della nostra vita, in attesa del lieto fine scritto da qualcun altro. Rinunciarvi significa riprendersi il ruolo di sceneggiatori e registi del nostro presente, l’unico tempo reale che ci è concesso di abitare.
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