Di Alessandro Baricco
Questa è una storia che non so da dove cominciare.
Potrei iniziare da Novecento, perché è corta, sembra gentile e invece fa male. È un monologo, sì, ma è anche un destino. Io non lo sapevo mentre lo scrivevo, ma stavo parlando di me. Un uomo che non scende mai dalla nave. Che guarda il mondo da lontano e poi torna dentro, a suonare il suo pianoforte invisibile. Un tipo strano, penserete. Ma io l’ho capito dopo anni: scrivere è esattamente questo. Restare sulla nave. Mentre tutti scendono.
Oppure potrei cominciare da Oceano Mare. Quel libro lo scrissi come si scrive una lettera d’amore a qualcuno che non conosci o a qualcosa che non sai spiegare. All’acqua, forse. Alla donna che non hai mai avuto. Alla possibilità di guarire, ma solo con la bellezza. Mi dicono: “Ma perché in quel libro succedono cose così strane?”. Io rispondo: “Perché era tutto vero, solo che nessuno lo sapeva ancora”.
C’è una cosa che ho imparato scrivendo: le parole non sono nostre. Le parole sono creature, si muovono, si nascondono. Alcune escono da te come una sinfonia. Altre, restano lì, impigliate nei denti, come una verità che non hai il coraggio di dire.
Quando ho scritto Seta, invece, ho capito che si può raccontare una storia d’amore in trenta pagine. Che si può parlare dell’invisibile. Dell’impalpabile. Del desiderio che non diventa mai possesso. Ho capito che certe parole vanno dette una sola volta, come se le sussurrassi a qualcuno che sta dormendo accanto a te, nudo e ignaro. “Era il tempo in cui si compravano i vermi.” Così inizia. Ma non era una storia sui vermi. Era una storia sulla distanza. Sulla grazia di non toccare.
Una volta mi hanno chiesto: “Ma lei, Baricco, ci crede ancora nella letteratura?”. Io ho risposto: “Ci credo come si crede in un sogno che si fa sempre alla stessa ora”. Non serve a niente, ma se smetti di farlo, ti senti unicamente più solo.
Le mie storie sono così: sembrano leggere, ma hanno le ossa rotte. A volte sorridono, ma portano in tasca un addio. E io ci cammino dentro con la voce bassa, cercando di non svegliare nessuno.
La verità è che io non ho mai voluto solo scrivere libri. Volevo costruire luoghi. E la musica è stata il primo. Prima della carta, prima dell’inchiostro. La musica è stata il mio primo modo di dire al mondo: “Eccomi, ci sono anch’io, anche se non urlo”.
Scrivere e suonare, per me, sono la stessa cosa. Non è una metafora — è proprio la stessa cosa. Cambia lo strumento, ma il gesto è identico: provi a toccare qualcosa che non si vede. In musica, quel qualcosa è il silenzio. In letteratura, è il pensiero non detto. Cerchi di suonarlo, quel pensiero. Di renderlo udibile. Di trasformarlo in voce.
Quando ho scritto City, molti si sono spaventati. Troppe voci, troppe storie. Ma City era una partitura. Un’orchestra intera. C’erano il bambino che parlava come un filosofo, e i cowboy immaginari, e il pugile che non voleva più combattere. Ognuno suonava la sua parte. Io ero solo il direttore d’orchestra. Quello che alza le mani e spera che tutto si tenga, anche se sa che prima o poi, inevitabilmente, qualcosa andrà fuori tempo.
Mr. Gwyn, invece, è il più simile a me. Anche se non gli somiglio per niente. È uno scrittore che smette di scrivere. Per diventare qualcos’altro: qualcuno che osserva le persone e poi le “ritrae” con le parole. Una specie di pittore con la macchina da scrivere. Una follia bellissima. Forse perché io ho sempre sentito il desiderio di sparire dentro le storie. Non di comparire. Di essere presente come una luce accesa in una stanza vuota. Che non vedi, ma senti.
Scrivere, per me, non è mai stato un mestiere. È stato un gesto. Come accarezzare, come trattenere il fiato. Come ascoltare un pianoforte in una stanza al buio. Nessuno lo suona, eppure la musica c’è. Devi solo stare fermo. E non avere fretta.
Alla fine, se guardo indietro, non vedo una carriera. Vedo una strada. Un po’ storta, piena di deviazioni. Alcune bellissime, altre inutili. Ma era l’unica che potevo fare. Perché io, da sempre, scrivo storie per chi si sente diverso, stonato, fuori tempo. Per chi ha bisogno di una voce che non urla. Una voce che racconta, come se cantasse sottovoce a un bambino che ha paura del buio.
E oggi?
Oggi non so più esattamente cosa cerco. Ma continuo a scrivere. Non perché abbia qualcosa da dire, ma perché qualcosa vuole essere detto. E io, ogni tanto, riesco a essere il tramite. Come un vetro pulito tra la luce e chi la guarda.
Forse cerco la leggerezza. Ma non quella sciocca, no — quella che solo chi ha visto la profondità può permettersi. Cerco la parola giusta che si posa sul silenzio come neve che non fa rumore. Cerco ancora il momento in cui un lettore chiude un mio libro e resta lì, sospeso, con gli occhi che non vedono più la pagina ma qualcosa oltre. Se succede, anche solo una volta, allora è valsa la pena.
E nella musica… cerco lo stesso. Quella nota che fa tremare qualcosa che non sapevi di avere. Una sinfonia che sembra parlare di te, ma senza dire mai il tuo nome.
A volte penso che un giorno smetterò. Che farò silenzio. Ma poi sento un ritmo, una frase, un nome, e tutto ricomincia. Non si smette mai davvero, quando si scrive per rimanere umani. E non per essere ricordati.
Perché in fondo, il mio sogno è semplice: che qualcuno, tra dieci anni o cinquanta, trovi una mia storia su una panchina, inizi a leggerla per caso, e pensi:
“Non so chi fosse questo Baricco. Ma sembra che mi conoscesse.”
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Da: https://www.ilsecondomestiere.org/alessandro-baricco-storia/
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